Questo slideshow richiede JavaScript.

La grande conversazione mediterranea

Abstract

Uscire dall’emergenza del Mediterraneo impone di ripensare la sua identità in una chiave nuova, riconoscendogli il ruolo legittimo di “Grande Mare di Mezzo”, interfaccia culturale in grado di mettere in relazione, nella vita quotidiana e come singoli, i cittadini dei popoli che a esso si rivolgono, includendoli in una vera e propria “grande conversazione” fondata sulle discipline del progetto. Design, brand, identità visiva, packaging, social media, moda, cibo, architettura, musica possono essere un potente antidoto sia all’immobilismo di chi rimpiange una presunta armonia perduta sia una valida alternativa alla chiusura etnica dei fautori dello scontro di civiltà.

1. Globalizzazione dell’indifferenza
Lo scenario mediatico ci consegna quotidianamente scene apocalittiche di tragedie del mare fra una sponda e l’altra del Mediterraneo (Boldrini, 2010). Le immagini di morte e dolore sono diventate così frequenti da suonare ineluttabilmente ordinarie, male necessario sempre meno scandaloso e indicativo. All’ordinario ripetersi di tali tragedie, corrisponde, infatti, una perdita di interesse e centralità di questi stessi eventi per il cittadino/spettatore. Essi finiscono, così, per essere inghiottiti dalla noia e dall’indifferenza dello zapping televisivo fra un canale e l’altro. Finché non succede un fatto eclatante in grado di restituire la morte alla sua reale portata, di ridestare, come, da copione, le “coscienze assopite” dal torpore. Si riattivano, così, sull’onda dell’emozione, da una parte, posizioni di bellicosa chiusura contro paventate invasioni di migranti lungo le nostre coste e, dall’altra, altrettanto radicalmente, attestazioni di ritrovato attivismo per l’accoglienza e la fratellanza universale. Ça va sans dire che questo tipo di reazioni, per quanto legittime, sono pronte a ricadere nell’ordinaria abulia da globalizzazione dell’indifferenza una volta sopiti i clamori.
A margine di questa retorica, rimane, però, intatto il problema del Mediterraneo come spazio culturale e simbolico, vivo oltre l’emergenza e al di là delle necessarie risposte umanitarie che la sua crisi richiede. A tal proposito, può essere, allora, opportuno chiedersi se sia possibile riconoscere a questo mare un posizionamento specifico nell’immaginario sociale. I politici che di volta in volta sono chiamati a fronteggiare l’arrivo dei migranti, per esempio, si muovono, di fronte all’orrore, nel rimpianto. Essi pensano, infatti, al Mediterraneo come il luogo di una civiltà perduta (Braudel, 1985; Matvejević, 1987), spazio di armonia fra popoli che condividevano una comune appartenenza, obliata nel presente in nome di futili motivi: differenze religiose, nazionalismi, interessi economici avrebbero negato questa radice comune determinando la crisi dei nostri anni. Ogni proposito di intervento si mostra allora come volontà di restaurazione di questa armonia perduta, promessa di ritorno a una età dell’oro mediterranea tanto mitica quanto in fin dei conti sfuggente. Si capisce, infatti, quanto questo sentimento comunitario mediterraneo corra il rischio di presentarsi come “invenzione della tradizione” (Hobsbawm & Ranger, 1983) nostalgia di una purezza atavica e fuori dal tempo difficile da riconoscere in un orizzonte storico determinato.

2. Nostalgia mediterranea
Se si leggono le memorie degli emigranti siciliani fra Ottocento e Novecento verso l’America (Pucci di Benisichi, 2003) si trova una metafora interessante: l’oceano Atlantico insieme alla nave deputata ad attraversarlo venivano paragonati a un grande ventre in grado di inghiottire i passeggeri, digerirli durante il viaggio e quindi risputarli sul molo di New York completamente trasformati come dopo una lunga digestione. Il mare Mediterraneo, al giorno d’oggi, piuttosto che come mare di mezzo, funziona come uno sterminato oceano: impedisce la comunicazione fra le due sponde, prende la parola e agisce come un grande stomaco, digerendo incessantemente tutto ciò che gli passa attraverso, riducendolo in poltiglia. Ecco perché attraversarlo più che a un passaggio lungo una traiettoria assomiglia a una trasfigurazione. Ciò che viene restituito dalle onde del mare, infatti, non corrisponde a ciò che è partito: alla fine del viaggio, non si ritrovano più oggetti ma detriti, non corpi ma brandelli. E qui scatta la nostalgia: questi frantumi ci chiedono di essere considerati come frammenti, tessere di un puzzle originario e perduto che esige di essere ricomposto.

3. Il design e la “grande conversazione” mediterranea
Si può forse proficuamente rifiutare questa offerta, evitando di cadere nella facile tentazione di inventare il quadro complessivo laddove non si fosse in grado di ricostruirlo, provando, una volta tanto, a ribaltarlo, respingendo il languore vintage a cui ci chiama l’estetica del frammento. Il che equivale a smetterla di rimpiangere il passato discettando sulla genealogia delle comuni radici, a farla finita con le infinite discussioni su come spartire l’eredità del grande mare di mezzo. Quindi, provare a fare cose nuove. A progettarle insieme, fra una sponda e l’altra del Mediterraneo, promuovendo, anche finanziariamente, attività che puntino a ripopolare il mare di persone. Non di migranti alla ricerca di un frainteso e sempre più evanescente eldorado occidentale ma di nuovi cittadini di una nuova comunità rivierasca che possa tornare a investire sulla propria vicinanza geografica. Facendo cose insieme, con la giusta responsabilità e la necessaria determinazione. In una tale attitudine, si apre un grande ruolo del design, inteso in chiave profondamente latouriana (Latour, 2009). Uscire dall’emergenza può essere qualcosa che ha molto a che fare con il brand, l’identità visiva, il packaging, i social media, la moda, il cibo, la progettazione architettonica, la musica, tutte attività che richiedono una propensione alla progettazione ad alto tasso di creatività e a basso costo di entrata e che si fondano sulla utilizzazione di reti reali e virtuali al fine mettere in relazione persone in carne e ossa. Il miglior modo per uscire dall’emergenza del Mediterraneo, allora, è pensarlo come spazio culturale; pensare questo mare all’interno di quella che, in quel famoso libro di business online, il Cluetrain Manifesto (Levine, Locke, Searls & Weinberger, 2000), è stata, non a caso, chiamata Grande Conversazione. Ciò, è bene precisarlo, ha, ovviamente, a che fare con le infrastrutture di comunicazione digitale ma non si esaurisce affatto nel mero dato tecnologico. Al contrario, riguarda precipuamente la vita quotidiana. Cambiare prospettiva sul Mediterraneo significa, infatti, innanzitutto abbandonare le grandi teorizzazioni, la famigerata geopolitica e i discorsi strategici, lo scontro di civiltà e la fratellanza universale per assumere una prospettiva pragmatica, a misura di cittadino che è lo stesso di dire, cosa rivoluzionaria, di individuo.

4. Paypal e libertà di movimento
Da queste veloci considerazioni, nuove domande: quando si potrà comprare un oggetto di design marocchino su Etsy.com pagando con Paypal? Quando sarà possibile spedire piccola corrispondenza fra i paesi del mediterraneo senza pagare cifre esorbitanti? Quando, e qui arriva la questione veramente fondamentale, i cittadini che volessero commerciare, fare impresa, imparare, muoversi nel loro scenario mediterraneo, che è casa loro, potranno farlo senza incorrere nelle pesanti umiliazioni che il regime dei visti impone, senza differenza, ai viaggiatori?

References

Boldrini, L. (2010). Tutti indietro. Milano: Rizzoli.
Braudel, F. (1985). La Méditerranée, les hommes et l’héritage. Paris: Flammarion.
Hobsbawm, E. & Ranger, T. (1983). The Invention of Tradition. Cambridge: Cambridge University Press.
Latour, B. (2009). A Cautious Prometheus? A Few Steps Toward a Philosophy of Design (with Special Attention to Peter Sloterdijk) in Hackney F., Glynne, J. & Minton V. (a cura di). Network of Design, Proceedings of the 2008 Annual International Conference of Design History Society (Uk) (pp.2-10). Boca Raton: Universal Publisher.
Levine, R., Locke, C., Searls, D. & Weinberger, D. (2000). Cluetrain Manifesto. New York: Perseus Books.
Matvejević, P. (1987). Mediteranski brevijar. Zagreb: Grafički zavod Hrvatske.
Pucci di Benisichi, R. (2003). Prefazione. In Schiavelli V. Bruculinu America. Palermo: Sellerio.
Schiavelli, V. & Lipani, S. (2002). Many Beautiful Things: Stories and Recipes from Polizzi Generosa. New York: Simon and Schuster.

About the author(s):

Research Assistant in Philosophy of Language and Assistant at the Communication Bureau of the University of Palermo, specialized in semiotics.

http://portale.unipa.it/persone/docenti/m/francesco.mangiapane
http://unipa.academia.edu/FrancescoMangiapane

francescom@gmail.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *