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The current art scene in Sicily

Abstract: L’identità creativa dell’arte siciliana? Flessibile, aperta, autonoma, slegata da connotazioni localistiche e provinciali. La Sicilia, con i suoi artisti, conferma oggi un ruolo di primo piano nel mondo dell’arte contemporanea, grazie alla capacità tutta nuova, rispetto al passato, di farsi conoscere e apprezzare, di spostarsi frequentemente verso i centri attivi nel sistema, di mettersi in gioco e smuovere curiosità e interesse. Correnti e linguaggi si intrecciano e si fondono di continuo, mostrando curiosità e volontà progettuale, spesso condivise in una modalità creativa di gruppo. Da Palermo a Scicli, molti giovani artisti hanno creato spazi di confronto no-profit, cellule produttive aperte tanto alla produzione locale quanto internazionale, facendosi spesso volani di feconde azioni sul territorio e innovative aperture al pubblico. Tutto Bene? Ovviamente no. Il sistema dell’arte è ancora estremamente fragile. Il risultato è una Sicilia vivacissima ma incapace di mostrarsi, promuovere e crescere.

A più riprese, nei decenni passati, si è provato a tracciare un profilo dell’arte siciliana, cercando di comprendere come questo territorio di confine, questa periferia dell’occidente collocata ai margini dai centri propulsivi dell’arte e non solo, abbia reagito alle tendenze e agli ismi che si andavano sviluppando altrove, quali correnti e movimenti siano penetrati nell’isola, con quali tempi e con quali modalità, quali e quanti artisti hanno scelto la via dell’innovazione alla più solida conferma della tradizione.

Le valutazioni sono, com’è possibile immaginare, diverse di decennio in decennio, ma fino alla fine degli anni Novanta si è di certo assistito al fenomeno della migrazione di creativi verso i luoghi dell’arte “integrata”, quelle città in Italia, in Europa e anche in America, dove il sistema dell’arte ha garantito visibilità, sostegno, promozione. Chi ha scelto di partire, spesso, ha anche adottato un linguaggio di ricerca e di rottura, portando a sistema una cifra stilistica che è diventata punto di riferimento per intere generazioni di artisti, come l’astrattismo segnico di Forma Uno, con Carla Accardi e Pietro Consagra in testa, il concettualismo di Emilio Isgrò con le sue cancellazioni, le sculture ambientali di Schiavocampo, il post-pop di Filippo Panseca con le sue macchine ecocompatibili, i monocromi dinamici di Pino Pinelli, lo spazialismo di Turi Simeti con le estroflessioni, la transavanguardia di Mimmo Germanà fino alle texture decorative su carte da parati di Francesco Simeti, le elaborazioni visivo-sonore di Seb Patanè, i lavori di videoarte e fotografici di Domenico Mangano, le installazioni pittoriche di Pietro Roccasalva e di Francesco Lauretta o le riflessioni socio-politiche con incursioni eversive di Adalberto Abbate.

Negli ultimi due decenni abbiamo assistito a una sostanziale inversione di rotta: sono cambiate le mete di approdo e i pontili che guardano all’orizzonte. La fluidità del sistema telematico, a mio avviso uno degli incipit più funzionali alla scelta del “restare”, così come il legame con i propri luoghi di origine, anche il profumo di questa latitudine mediterranea, sono stati la molla che ha spinto alcuni artisti a tornare o a restare in Sicilia, malgrado tutto. Andrea Di Marco, talentuoso pittore palermitano, morto sei mesi fa a 42 anni, aveva fatto ritorno a Palermo dopo l’attentato a Falcone perché “l’idea di abbandonare gli affetti più cari al proprio destino… e questo odioso senso di colpa“ lo faceva sentire partecipe di una vicenda drammatica che colpiva l’intera nazione. Il “malgrado tutto” rimane purtroppo un’affermazione tanto stereotipata, quanto drammaticamente ancora valida, alla luce delle dinamiche economico-politiche di questi anni, le contraddizioni nel sistema, con le conseguenti ricadute sul territorio e sulla programmazione culturale.

Restare (Loredana Longo, Canecapovolto, Sebastiano Mortellaro, Laboratorio Saccardi), ritornare (Alessandro Bazan, Francesco De Grandi e Fulvio Di Piazza) e arrivare (Stefania Galegati, Aleksandra Mir) sono i verbi delle ultime generazioni di artisti che operano sull’isola; ciò ha determinato una nuova identità creativa, flessibile, aperta, autonoma, slegata da connotazioni localistiche e provinciali. La scena si disegna come un palcoscenico attraversato da un ampio numero di attori, protagonisti alcuni, deuteragonisti altri, nel senso di una cosciente, quanto interessante collocazione fuori dagli schemi e dalle mode in un territorio con una forte tendenza egocentrica. Molti arrancano su formule modaiole ma in realtà prive di sostanza concettuale ed estetica, ma in tanti sono disposti a mettersi in gioco, a guardare oltre la soglia della propria abitazione, a cercare un dialogo con realtà diverse, straniere, disposti al confronto. Globalizzazione e localismo sono due concetti in cui s’inciampa di continuo, del resto anche il panorama internazionale si disegna con una presenza di artisti che inquadrano la realtà secondo punti di vista tesi ad abbracciare argomentazioni di ampio respiro, valide a Shangai come a New York, e, al contempo, non perdendo la bussola intorno a temi più territoriali, con uno sguardo sulla memoria individuale e collettiva.

Correnti e linguaggi s’intrecciano e si fondono di continuo, mostrando curiosità e volontà progettuale e se fino a pochi anni fa dominava un’atteggiamento individualistico, oggi sembra prevalere una tendenza comunitaria, di partecipazione cosciente a progetti collettivi, una tendenza tesa a “fare gruppo”, alla condivisione d’idealità, di lavoro, di atteggiamenti, d’impegno, spesso, nei confronti della realtà. Il concetto di comunità è stato abbracciato a Palermo dal “Cowork di Re Federico” che ormai da alcuni anni ha costruito una rete di giovani lavoratori indipendenti che condividono professionalità, creatività, esperienze per affrontare insieme la spinosa questione del lavoro e del precariato. Un’abitazione attrezzata si offre ai coworker con postazioni di lavoro e un ambiente comune dove convivere nel tempo del lavoro. Questa iniziativa si è estesa alla città nel momento di occupazione dei Cantieri Culturali alla Zisa, “I Cantieri che vogliamo”, con i tavoli di lavoro e i workshop organizzati per discutere e progettare, con l’intera comunità cittadina, il destino di un luogo simbolo della cultura cittadina. Non è affatto distante da questa modalità collaborativa il progetto artistico con il quale il comitato scientifico, designato dall’amministrazione comunale ha deciso di avviare l’apertura del padiglione, all’interno dei Cantieri, destinato a diventare il nuovo centro per le arti contemporanee del comune di Palermo. ZAC, Zisa Zona Arti Contemporanee, si apre alla città come un luogo aperto, “dai confini costantemente in definizione”, attraversabile da tutti i linguaggi della contemporaneità. Circa novanta, tra giovani artisti e studenti dell’Accademia delle Belle Arti, sono stati selezionati e invitati a condividere la grande navata dell’ex-hangar, con il proposito di creare insieme un laboratorio di idee, mettere insieme le creatività per intercettare stimoli e suggestioni, per provare a disegnare insieme un progetto per ZAC. Tra gli artisti interni al laboratorio il collettivo Fare Ala, nato nel 2009, formato da giovani artisti palermitani, spagnoli e francesi, è quello che immediatamente è riuscito a cogliere il concept del progetto. Abituati alla discussione, al “confronto sul rapporto tra la pratica artistica e la dimensione sociale e urbana” hanno calamitato altri artisti, fungendo da collettore in una situazione particolarmente nuova e complessa da gestire. I temi affrontati all’interno di ZAC riguardano la memoria, l’intreccio tra passato e presente, l’identità dei cantieri, il concetto di archivio, argomenti declinati con installazioni, dipinti, interventi sonori, video. Ma non sono mancati interventi di arte relazionale/arte utile come la “zona fertile” di Dessislava Mineva aperto alla collaborazione con Gabriella Ciancimino, o “Il grande teatro” di Andrea Mineo, un’installazione costruita con materiali recuperati abbandonati ai cantieri, trasformati in un apparato mutevole, adattabile per “azioni” diverse, l’arte che apre alle arti.

L’idea di recupero e d’intervento sulla storia della città in termini anche di salvaguardia dei beni artistici, in quanto beni comuni, è alla base del progetto “Macerie”. Giunto alla seconda edizione, l’evento si è svolto all’interno dei trecenteschi saloni di Palazzo Barlotta di San Giuseppe, e dentro la settecentesca chiesa del Giglio, siti storici inagibili e in condizioni di assoluto degrado. Ideatore del progetto, ancora il giovane artista Andrea Mineo, capace di chiamare a raccolta un buon numero di artisti che sono intervenuti sulle macerie e con le macerie, creando scenari di assoluta efficacia visiva ed emotiva.

Un osservatorio d’eccezione sulla ricerca contemporanea è Zelle, centro impegnato e dinamico, diretto dall’artista Federico Lupo. Attraversato da giovani artisti internazionali, Zelle ha creato una rassegna dedicata ai lavori su carta dal titolo “Sweet Sheets”, lì dove la memoria storica, i frammenti di anime, il gioco delle emozioni si rintracciano con più evidenza, anche per la leggerezza del supporto e dei segni lasciati a sedimentare. Ancora a Palermo gli artisti Giuseppe Buzzotta e Vincenzo Schillaci hanno creato L’A Projectspace, un’abitazione trasformata in spazio espositivo, ma anche luogo di residenze, dove artisti di area concettuale creano lavori minimali, punteggiando con rigore lo spazio della casa.

L’associazione culturale no-profit Erbe Matte, l’”artist run space“ Bocs e Parking 095 di Catania sono punti nevralgici per la promozione e l’organizzazione in città di eventi come azioni urbane, interventi site specific, mostre non convenzionali. Nella zona della costa saracena, tra Capo d’Orlando e Brolo, la scena artistica è molto vivace e sostenuta dalle iniziative dell’artista Massimo Ricciardo, che ha progettato “Guardiola Contemporanea” – residenze e workshop di artisti – e la rassegna “La rincorsa della lepre” in collaborazione con Tothi Folisi, del gruppo Laboratorio Saccardi. Le rassegne hanno visto la partecipazione di artisti siciliani e di un folto numero di artisti internazionali. Dalla Sicilia sud-orientale arrivano segnali di un nuovo orizzonte nella ricerca contemporanea. Un’analisi del contesto sociale in rapporto alle questioni di microeconomia locale e macroeconomia globale è presente nelle opere del Barbaragurrieri/group. Spazio di ricerca, di partecipazione e d’innovazione è Clang, con sede a Scicli, fondata dall’artista Sasha Vinci, che per il 2013 presenta “Crossing over”, una serie di appuntamenti che promuovono il dialogo e l’incontro tra le arti.

Il panorama siciliano si fa particolarmente interessante nell’ambito della fotografia, declinata secondo le più diffuse tendenze internazionali: fotografia documentaristica, diaristica, artistica, inventari di oggetti apparentemente inutili, paesaggi immaginari, invenzioni surreali, un linguaggio aperto e ormai centrale nella pratica contemporanea. Giovani fotografi in giro per il mondo, traspongono il loro sguardo in immagini di forza e bellezza e dentro c’è la Sicilia come l’India, la Cina o Wall Street. Alla qualità e modernità della proposta artistica delle ultime generazioni, non corrisponde ancora una robustezza del sistema, né istituzionale, né privato. Ma questa è tutta un’altra storia.

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