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Design per l’abitare provvisorio tra emergenze, nomadismi e nuovi trend

Abstract

Sul tema dell’abitabilità provvisoria c’è una lunga tradizione di ricerca, di progetti e di sperimentazioni. Un campo di riflessione ancora oggi molto fertile perché intercetta necessità concrete con aspirazioni, talvolta utopiche, verso una estrema leggerezza dell’abitare, un innato desiderio di libertà e di esplorazione. Qui tracceremo un rapido excursus storico, esemplificato da quattro storie progettuali, indicative di alcuni filoni strategici e tipologici, per poi presentare un quadro aggiornato delle tendenze progettuali e produttive contemporanee.

1. Mediterraneo e forme della precarietà: l’abitare provvisorio

Il Mediterraneo è un territorio fragile, instabile geologicamente e labile nei suoi ecosistemi ambientali, sociali e politici. Un territorio fluido, dove la mobilità di persone e culture ha nel tempo costruito la sua stessa identità e dove termini come transitorietà, mobilità, precarietà, migrazione, nomadismo sono qui da sempre presenti, anche se contrapposti a una cultura della permanenza e del duraturo che rappresenta il modello prevalente di riferimento. Un territorio vulnerabile, dove la progressiva disattenzione alla tutela ambientale e alla corretta gestione del paesaggio amplifica sempre più gli effetti delle calamità naturali trasformando gli eventi in catastrofi. A questi si sommano i disagi sociali legati a fluttuazioni dell’economia e della politica, che alimentano i flussi migratori e le situazioni di indigenza.

In questo quadro, parlare di emergenza può significare molte cose: dalla necessità di rispondere in maniera rapida a cataclismi improvvisi e imprevisti, alla costante presenza a supporto di situazioni sociali, talvolta croniche, che tuttavia crescono in dimensioni e numeri, fino all’organizzazione dell’accoglienza in occasione di spostamenti di grandi numeri e di concentrazioni di persone in un determinato periodo e luogo (come nel caso dei grandi eventi).

Il tema dell’emergenza si intreccia con quello dell’abitare ponendo dialetticamente a confronto il senso del precario con l’aspirazione alla stabilità, l’insicurezza con il senso di protezione connesso al concetto stesso di abitazione, il rapporto tra permanente e temporaneo, tra fisso e mobile.

È un tema praticato da molto tempo dalla cultura del progetto, che fonda le sue basi nelle sperimentazioni belliche e si sviluppa in tutto il Novecento con ricerche e soluzioni di illustri interpreti: dagli studi di Le Corbusier sulla Maison Voisin (1920) a quelli postbellici dei Logis Provisoires Transitoires (1944), dalla Dymaxion Deployment Unit di Buckminster Fuller (1940) all’Alloggio d’Emergenza Semovente di P. Jeanneret e J. Prouvé (1945), fino all’Unità mobile di abitazione di M. Zanuso e R. Sapper e alla Mobile House di A. Rosselli e I. Hosoe presentate all’interno della mostra Italy: The New Domestic Landscape al MOMA di New York (Ambasz, 1972; Mango & Guida, 1988; Firrone, 2007).

Parallelamente a tante proposte sollecitate da esigenze concrete e spesso urgenti, si affianca un filone ideologico che elabora nuovi modelli di abitabilità mobile, fino a sradicare il concetto statico della città stessa con la futuribile Walking City degli Archigram del 1964: un’aspirazione progettuale, di leggerezza e fluidità dell’abitare, che ha alimentato in questi anni molte visioni e proposte (Ambasz, 1972; Schwartz-Clauss, 2002), anticipando mutamenti del vivere sociale che solo oggi iniziano ad essere visti con interesse anche dal mondo produttivo.

2. Casi studio: quattro esperienze a confronto

Torniamo alle situazioni reali, non solo d’emergenza, che hanno stimolato tante ricerche e progetti intorno al tema dell’abitabilità transitoria o mobile. Proviamo a raccontarne qualcuna. Ognuna di queste storie progettuali può essere assunta come emblematica delle diverse tipologie costruttive (i moduli prefabbricati, le tende, l’evoluzione del modulo container, i sistemi componibili, ecc) o di particolari approcci rispetto all’ambiente sociale e naturale.

Parigi, 1954. L’eccezionale rigore invernale spinse l’abate Pierre a promuovere una raccolta di fondi per la costruzione di abitazioni d’emergenza per i senzatetto, affidata poi a Jean Prouvè che progettò la Maison des Jours Meilleurs. Grande esperto di prefabbricazione edilizia, Prouvè affronta il problema dal punto di vista tecnico e logistico, ma pone anche grande cura nella configurazione qualitativa dello spazio d’abitare, tanto da suscitare il commento di Le Corbusier che la definì “il perfetto oggetto per viverci, la più brillante cosa mai costruita” (1956). L’abitazione, assemblabile in sette ore da pochi uomini dotati di attrezzature semplici, comprende in 57 mq due camere da letto e un ampio salone, oltre ad un nucleo tecnico e strutturale in acciaio per i servizi e per la cucina. Dal punto di vista costruttivo, è costituita da un telaio portante in acciaio su un basamento di cemento, con pannellature sandwich in legno prefabbricate, comprensive di aperture e infissi, e copertura in pannelli in legno e lamiera d’alluminio, che si protende a formare il portico d’ingresso.

Questo sistema per componenti, facilmente stoccabili, trasportabili e montabili, combinava requisiti fondamentali – leggerezza, economicità, durabilità dei materiali e comfort – ma, troppo innovativo per quei tempi, non ebbe quella produzione di massa sperata. Ha rappresentato tuttavia un modello e un punto riferimento per le sperimentazioni successive nel campo della prefabbricazione leggera. Recentemente una versione originale della Maison des Jours Meilleurs è stata restaurata ed esposta nella galleria parigina di Patrick Seguin nel 2012 e durante il Design Miami a Basilea nel 2013. [1]

Valle di Muna (La Mecca), 1975.  Il pellegrinaggio alla Mecca pone ogni anno il problema dell’accoglienza temporanea di un’enorme concentrazione di fedeli provenienti da tutto il mondo (circa 2-3 milioni) in un’area estesa circa 25 chilometri. Una circostanza che ha impegnato l’architetto Frei Otto, insieme al Centro Ricerche dell’Università di King Abdul Aziz di Gedda, fin dal 1975 in numerosi studi rivolti non solo a razionalizzare la logica dell’insediamento integrandolo con strutture e attrezzature di servizio collettivo, ma anche a prevedere degli alloggi temporanei con strutture leggere, da montare e smontare rapidamente. In particolare, Frei Otto elabora una soluzione innovativa di tenda multipiano che consente di essere installata con facilità e minore impatto ambientale sulle pendici delle colline della valle, garantendo migliori condizioni interne di abitabilità e di areazione. Le tende, a base quadrata con lato di 4 metri, possono prevedere fino a tre livelli. La struttura è autoportante con un telaio in profilati di alluminio e pannelli di calpestio di legno; l’involucro è realizzato recuperando la tradizionale copertura a cuspide, realizzata con un unico telo di tessuto, mentre altri tessuti chiudono il perimetro, in modo che la sovrapposizione dei lembi garantisca la schermatura dal sole ma anche l’areazione e l’affaccio. L’ancoraggio al suolo avviene attraverso dritti conficcati in fori predisposti nella roccia, cui la struttura della tenda viene fissata con semplice giunti, una volta calibrato l’orizzontamento (Guida, 1992). Un sistema semplice, di grande razionalizzazione dell’uso degli spazi e a basso impatto ambientale.

Terremoto dell’Irpinia, 1980. Nella lunga lista di terremoti che hanno colpito l’Italia, da quello di Messina del 1908 fino a quello dell’Emilia Romagna del 2012, il terremoto dell’Irpinia è particolarmente significativo non solo per la vastità dell’area colpita e l’elevato numero di sfollati, ma anche per gli effetti che ha generato in termini di progettualità e di ricerca successiva, a fronte dell’inadeguata risposta della Protezione Civile e dei tempi lunghissimi della ricostruzione tali da prolungare per anni la permanenza in unità abitative – prevalentemente container – che avrebbero dovuto essere temporanee.

In particolare, è da segnalare la ricerca compiuta dalla Cattedra di Design della facoltà di Architettura di Napoli (proff. Roberto Mango e Ermanno Guida) condotta dal 1981 al 1987, che attraverso una convenzione con il Commissariato Straordinario di Governo per la Ricostruzione è giunta fino alla realizzazione di un prototipo di un modulo abitativo (Cecere, Guida & Mango, 1984; Mango & Guida, 1988; Guida, 1992).[2]

L’approccio innovativo della soluzione, che parte proprio dall’osservazione delle criticità emerse nella gestione dell’emergenza irpina, risiede essenzialmente nel ragionare in un’ottica di sistema più che di singole unità abitative, ovvero di un abaco di elementi tecnici componibili tali da configurare una copertura continua sotto la quale articolare le diverse unità abitative. Questo approccio consente l’immagazzinamento dei componenti nella forma più contratta possibile, l’uso di mezzi più contenuti per il trasporto, una maggiore adattabilità ai contesti e alle diverse composizioni dei nuclei familiari in fase di montaggio, oltre ad una flessibilità nel tempo e alla possibilità di rigenerazione e di uso in impieghi successivi. L’altro aspetto riguarda il tema della qualità dell’abitare che, pur nella riduzione degli spazi, si esprime nello studio delle configurazioni possibili, nel rapporto tra spazi interni e esterni e tra privato e pubblico, e nella definizione stessa di luogo domestico. Una soluzione tecnica che non dimentica le dinamiche d’uso reali della quotidianeità e si interroga sulle caratteristiche di un arredo essenziale, al fine di garantire condizioni di abitabilità rispettose della dignità di persone già duramente colpite.[3]

Guerra civile in Ruanda, 1994. Per far fronte all’accoglienza di oltre due milioni di rifugiati, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) provvede alla fornitura di tende con struttura in alluminio e teli in PVC, che furono tuttavia ben presto smantellate dai rifugiati stessi per vendere i pali di alluminio, sostituendoli con rami di alberi tagliati in loco. Una procedura che andava ad aggravare una deforestazione già critica. Per risolvere la questione, l’architetto giapponese Shigeru Ban progetta un rifugio d’emergenza con struttura in tubi di cartone, che viene in primo luogo testato rispetto alla durata, ai costi e alla resistenza alle termiti. La soluzione risulta efficace, anche perché la facilità di produzione dei tubi in cartone e la dimensione ridotta dei relativi macchinari consentono di organizzare una produzione direttamente in loco, abbattendo i costi di trasporto. Nel 1998 furono così costruiti una cinquantina di rifugi di emergenza in Ruanda, monitorati per valutarne le prestazioni (McQuaid, 2003; King, 2001). Da questa esperienza e da quella precedente per il terremoto di Kobe del 1995, Shigeru Ban ha applicato in altri contesti d’emergenza l’uso del cartone come materiale strutturale, perfezionando e adattando il sistema utilizzato in Giappone del Paper Log House (abitazioni d’emergenza di 18 mq con pareti portanti in tubi di cartone) ai diversi contesti ambientali e culturali della Turchia (2000) e dell’India (2011). Il sistema di pronto intervento con tende con struttura in tubolari di cartone sarà ancora utilizzato per il terremoto di Haiti del 2010.[4]

Queste quattro storie documentano la varietà e la complessità delle situazioni d’emergenza cui è possibile rispondere, di volta in volta, con le soluzioni tipologicamente più adeguate, ponendo l’accento su questioni strategiche, tempistiche, di equilibrio ambientale, di grandi numeri, di durata, di qualità dell’abitare. All’interno di una storia ricca di ricerche e di sperimentazioni progettuali, di cui esiste un’ampia letteratura specifica, la selezione di questi esempi vuole altresì evidenziare alcuni temi di ricerca centrali per l’area del Mediterraneo, ancora oggi oggetto di approfondimento: l’attenzione alle criticità sociali delle grandi città insieme alle prime sperimentazioni sui prefabbricati leggeri di Jean Prouvè; i grandi fenomeni migratori e lo studio di sistemi flessibili e reversibili di Frei Otto; la consapevolezza dell’instabilità geomorfologica e l’idea di un corredo tecnico di pronto impiego user center, ovvero attento ai valori dell’abitare anche in condizioni di transitorietà, nella ricerca di Mango e Guida; la sperimentazione di nuovi materiali e di forme di autoproduzione per rispondere in maniera efficace e “ambientalmente” sostenibile alle emergenze naturali nelle sperimentazioni sull’uso del cartone di Shigeru Ban.

3. Le ricerche contemporanee sull’abitare provvisorio: dall’emergenza ai nuovi trend.

Mentre la letteratura specifica sul tema consente di ricostruire in modo dettagliato l’evoluzione storica della ricerca sull’abitabilità transitoria con un vasto repertorio di sperimentazioni, di mostre tematiche e di progetti realizzati, meno consolidato e definito è il quadro della riflessione e della progettualità contemporanea nei diversi ambiti di applicazione.

Proveremo qui a delineare un quadro aggiornato delle linee di ricerca contemporanee, rispetto a tre ambiti: l’emergenza per calamità, l’emergenza sociale e i nuovi trend dell’abitare mobile.

Per il primo ambito, è da segnalare il progetto Refugee Housing Unit nato dalla partnership tra Ikea Foundation e UNHCR. L’azienda svedese ha potuto esprimere in questo progetto le sue competenze in merito all’ottimizzazione dei costi e delle operazioni di imballaggio, di spedizione e di montaggio, trasferendole dalla scala dell’arredo a quella di un’abitazione d’emergenza di 18 mq.

I moduli, ora in fase di sperimentazione in un campo profughi in Etiopia e frutto di un’attività di co-progettazione con alcune università svedesi, svizzere e tedesche, sono pensati per sostituire i sistemi a tenda prevalentemente utilizzati in queste situazioni, garantendo una migliore protezione climatica e una maggiore durata (tre anni contro una media di sei mesi delle tende). I moduli sono composti da un sistema strutturale in metallo facilmente montabile e da pannelli leggeri in un particolare materiale polimerico, chiamato Rhulite, resistente e isolante, con la caratteristica di filtrare la luce diurna all’interno, evitando però la proiezione all’esterno delle ombre interne durante la notte. Sulle pannellature che compongono il tetto è previsto un ulteriore telo in tessuto speciale che riflette il calore durante il giorno e lo restituisce durante la notte; inoltre i teli sono provvisti di pannelli solari per garantire l’illuminazione e l’elettricità interna. Tutti gli elementi necessari per la costruzione di un modulo sono confezionati in imballaggi piani dove, secondo la filosofia Ikea, è contenuto tutto l’occorrente per il montaggio, previsto in mezza giornata. La sperimentazione, iniziata con 13 unità installate nell’agosto 2013, ha lo scopo di verificare durante l’uso le effettive prestazioni tecniche e la risposta in termini abitativi e di comfort, al fine di mettere a punto la versione finale.[5]

Altra ricerca interessante in corso, ancora sperimentale, riguarda invece la produzione in loco di abitazioni in argilla tramite grandi stampanti 3D. Il Wasp – World’s Advanced Saving Project condotto dal centro ricerche di un’azienda italiana del settore insieme a studenti di design dell’ISIA porta il mondo innovativo dei makers a confrontarsi con le problematiche abitative delle aree più disagiate del mondo.[6]

Sul piano dell’emergenza sociale, a fronte di un crescente numero di persone indigenti e senzatetto, sono numerose le proposte progettuali che affrontano la questione.

Tra queste il progetto Pro.tetto di Andrea Paroli (2012), particolarmente interessante perché si pone a metà strada tra il progetto di un sacco a pelo e una tenda. Sviluppato come tesi di Laurea in Design del Prodotto presso l’Università di Roma La Sapienza e segnalato nella sezione targa giovani dell’Adi Design Index 2013[7], è pensato come kit usa e getta, da fornire in dotazione alle unità mobili di strada, per offrire riparo dal freddo nelle notti più critiche a tutti coloro che rifiutano di rifugiarsi nei centri di accoglienza. Il kit, di dimensione e peso molto ridotti (solo 270 gr.), è contenuto all’interno di una borsa ed è composto da un riparo d’emergenza gonfiabile in materiale termoisolante (PET metallizzato), un materassino e una pompa.

Analogo come compattezza e trasportabilità, ma pensato come una dotazione personale riutilizzabile è il progetto Less Homeless degli architetti portoghesi Filipe Magalhães e Ana Luisa Soares, che ha ottenuto una menzione speciale in un concorso a Lisbona nel febbraio 2013. Ispirato all’immaginario Ikea, è un kit di montaggio molto compatto che consente di costruire un ricovero per la notte in pochi minuti, per poi smontarlo la mattina. La forma richiama volutamente l’icona di una casa, allo scopo di segnalare visivamente e di denunciare il numero crescente di persone senzatetto.[8]

Più poetico e utopico, suggestivo per l’estrema leggerezza, l’essenzialità e la tascabilità della proposta, è il progetto Basic House del designer basco Martín Azúa: un involucro cubico in poliestere metallizzato che si gonfia di aria al calore del sole o del corpo umano, per poi sgonfiarsi lentamente, proteggendo dal caldo o dal freddo (Richardson, 2001). Una casa minimale, pensata per una vita nomade senza legami materiali, ma anche un modo per denunciare la futilità di tante cose che ci circondano per ritornare al concetto base di abitazione come riparo e protezione, a nostra disposizione ovunque e in qualsiasi momento. Basic House fa parte della collezione permanente del Museum of Modern Art (MOMA) di New York dal 2007 e ci introduce alla terza tematica che, inseguendo i filoni ideologici delle avanguardie del Novecento, sta approdando ad una rinnovata dimensione all’abitare nomade come stile contemporaneo di vita.[9]

Sarebbero molti, anche nel campo delle nuove tendenze dell’abitare mobile, i progetti da segnalare: tra questi, Diogene, mini alloggio progettato da Renzo Piano per Vitra di soli 6 mq e dal costo di 20.000 euro, molto sofisticato per materiali, tecnologie e prestazioni energetiche, mobile e completamente autosufficiente con sistemi di raccolta dell’acqua piovana e sfruttamento dell’energia solare. Un prodotto complesso pensato per la produzione industriale in serie. Esposto nel Campus Vitra nel giugno 2013, Diogene non vuole essere un alloggio d’emergenza ma una scelta volontaria: è una soluzione abitativa ridotta all’essenziale, ispirata alla botte utilizzata dall’antico filosofo da cui trae il nome, che funziona in totale autonomia e in modo indipendente dal suo ambiente (Adam, 2013).

Sono da segnalare altri due progetti che interpretano il tema dell’alloggio minimo temporaneo: la Smart Student Unit, progettata dagli architetti svedesi dello studio Tengom (2013), totalmente in legno, di 10 mq e parzialmente soppalcata[10] e la Micro House m-ch progettata qualche anno prima da un team di ricercatori e designers di Londra e della Technical University di Monaco come risposta ad una crescente domanda di alloggi per brevi soggiorni per studenti, uomini d’affari, sportivi e per i week-end. La Micro House m-ch nasce da una ricerca universitaria nel 2001 e si ispira alle tea house giapponesi: è un cubo di 2,66 m di lato, per una superficie di circa 7 mq con piani a ribalta che ne consentono l’utilizzo anche in altezza. Il modulo, come anche nei casi precedenti, è fornito totalmente arredato. Nel 2005, grazie alla sponsorizzazione di un’azienda di telecomunicazioni è stato allestito il primo campus universitario dotato di sei unità abitative. Oggi m-ch è sul mercato al costo di 38.000 euro.[11]

Soluzioni di questo genere e anche di dimensioni più ampie, capaci di ospitare comodamente più persone ma ancora facilmente trasportabili già assemblate su ruote, sono ormai molto diffuse, a testimonianza di un reale interesse del mercato e di un mutamento culturale dell’idea dell’abitare: come la Portable Home ÁPH80 dello studio di progettazione spagnolo Ábaton di 27 mq (2013, costo da 32.000 euro)[12] o gli alloggi mobili Su-Si (di 42 mq che consente configurazioni più complesse e spaziose con la connessione di altri moduli, vincitore del IF Design Award 2000 di Hannover) e la versione più compatta Fred (formata da due cubi di circa 3 m. di lato, uno dentro l’altro, che in fase di installazione scorrono a formare uno spazio abitabile di 16 mq) entrambi progettati dall’architetto viennese J. Kaufmann tra il 1999 e il 2000.[13]

Queste proposte, oltre ad intercettare le tendenze di nuove forme di turismo e di un abitare più a contatto con la natura insieme alle esigenze concrete di temporaneità del mondo dello studio e del lavoro, rappresentano un’utile sperimentazione produttiva di qualità, che ci auguriamo potranno ispirare nuove soluzioni di base da applicare in caso di emergenze sociali e ambientali.

4. Conclusioni

Da questa sintetica rassegna della ricerca progettuale contemporanea, emerge un quadro complesso nel rapporto tra ambiti di applicazione e approcci progettuali, che proveremo a riepilogare evidenziando le linee di sperimentazione di maggiore interesse per l’area mediterranea:

– Le soluzioni d’emergenza in caso di calamità, al fine di ottimizzare le problematiche connesse allo stoccaggio, al trasporto e alla produzione, si orientano strategicamente in due diverse direzioni: lo studio di elementi modulari resistenti e leggeri, facilmente trasportabili e montabili, avvicinando i processi di prefabbricazione più al mondo dell’arredo che non dell’edilizia (l’unità per i rifugiati di Ikea e il concetto di scatola di montaggio); oppure la sperimentazione di nuove modalità di autoproduzione di forme autoctone con materiali poveri ma con sistemi tecnologicamente avanzati (come nell’esempio dello stampaggio 3D dell’argilla), in linea con la sperimentazione avviata da Shiberu Ban con il tubolare in cartone.

– Le soluzioni per le emergenze sociali tendono a enfatizzare il tema del riparo e dell’involucro minimo come estensione del corpo, tra protezione, riparo e denuncia, fino a porsi come manifesto ideologico e provocatorio di una dimensione essenziale dell’abitare. Si privilegia la scala dell’oggetto, dell’immediatezza e della temporaneità, per ribadire la necessità di risolvere le emergenze sociali ad altre scale (quella dell’architettura e delle politiche urbane) e ad altri livelli (quelle delle politiche sociali ed economiche).

– Infine, le nuove forme di aggregazione sociale e le attuali esigenze di mobilità e transitorietà del mondo del lavoro e del tempo libero alimentano la produzione in serie di micro-abitazioni mobili, a basso impatto ambientale e ad alta efficienza energetica. Una nuova riflessione sull’existenzminimum, sostenuta da un mercato in crescita, che potrebbe avere effetti sul concetto stesso di sviluppo urbano e di rapporto tra ambiente naturale e costruito.

References

Adam, H. (2013). Diogene. A cabin designed by Renzo Piano and RPBW for Vitra, in Vitra Magazine, http://www.vitra.com/en-gb/magazine/details/diogene, [12 giugno 2013]

Ambasz, E. (a cura di). (1972). Italy: The New Domestic Landscape. New York: The Museum of Modern Art.

Cecere, T., Guida, E., & Mango, R. (1984). L’abitabilità transitoria: la ricerca architettonica per nuove strategie abitative. Napoli: F.lli Fiorentino.

Firrone, T. (2007). Sistemi abitativi di permanenza temporanea. Roma: Aracne.

Gentile, S. (1992), “Il Concorso Fantoni, nuove utilizzazioni del pannello MDF” in Guida, E. (a cura di). Sistemi abitativi di soccorso. Ricerche, esperienze didattiche (pp.23-24). Napoli: Officine Grafiche F. Giannini e Figli.

Guida, E. (a cura di). (1992). Sistemi abitativi di soccorso. Ricerche, esperienze didattiche. Napoli: Officine Grafiche F. Giannini e Figli.

King, L. (2001). Shigeru Ban. London: Princeton Architectural Press.

Mango, R., & Guida, E. (1988). Abitare l’emergenza. Studi e sperimentazioni progettuali. Napoli: Electa Napoli.

McQuaid, M. (2003). Shigeru Ban, New York: Phaidon.

Parente M. (1992), “La risposta al concorso. L’esperienza didattica” in Guida, E. (a cura di). Sistemi abitativi di soccorso. Ricerche, esperienze didattiche (pp.25-48). Napoli: Officine Grafiche F. Giannini e Figli.

Paroli, A. (2012). Protetto. Riparo per l’emergenza freddo, Tesi di Laurea Specialistica in Design del Prodotto, Facoltà di Architettura, Università degli Studi La Sapienza a.a. 2011-12, relatore prof. F. Dal Falco, correlatore arch. M. Ziliani. Disponibile anche in: http://www.protettoemergency.com [30 dicembre 2013].

Richardson, P. (2001). XS: Big Ideas, Small Buildings. London: Thames & Hudson.

Schwartz-Clauss, M. (a cura di). (2002). Living in Motion. Design and architecture for flexible dwelling. Weil am Rhein: Vitra Design Museum.

Footnotes    (↵ returns to text)
  1. Cfr. il sito web di Patrick Seguin http://www.patrickseguin.com/en/exhibitions/2013/miami-basel-2013.php e in particolare il video disponibile in http://bcove.me/vlsrhsbe [10 gennaio 2014].
  2. La ricerca, cui hanno collaborato gli allievi e i tesisti della Cattedra di Design, è proseguita negli anni successivi attraverso altre sperimentazioni didattiche coordinate dal prof. E. Guida, tra cui le soluzioni presentate al concorso promosso dal Gruppo Fantoni Arredamenti (1989), premiate con una menzione speciale, che ragionavano sull’uso innovativo dei pannelli in MDF e su sistemi abitativi provvisori componibili, facilmente trasportabili e assemblabili (Gentile, 1992; Parente, 1992).
  3. Nel 1984 il gruppo IRI-Italstat realizza il progetto SAPI – Spazio Abitativo di Pronto Intervento di Pierluigi Spadolini, basato su un’evoluzione del concetto del container, in moduli ampliabili e combinabili tra loro, tali da consentire diverse configurazioni. Le 200 unità prodotte sono rimaste inutilizzate per anni, con l’impegno di una grande area per lo stoccaggio, per poi essere donate dal governo Italiano all’Armenia per l’emergenza terremoto del 1989, costituendo il Villaggio Italia ancora esistente (Firrone 2007, pp. 116-119).
  4. Cfr.http://www.shigerubanarchitects.com/works.html#disaster-relief-projects [8 gennaio 2014].
  5. Cfr. http://www.ikeafoundation.org/ikea-flat-pack-solutions-are-making-a-big-difference-to-refugees/ e il video esplicativo del progetto http://media.ikeafoundation.org/video/4379[11 dicembre 2013].
  6. Cfr. http://www.wasproject.it/ e in particolare il video disponibile in: http://www.wasproject.it/w/2013/12/il-progetto-wasp-raccontato-da-vice-motherboard/ [28 dicembre 2013].
  7. Cfr. http://www.adidesignindex.com/it/targa-giovani/protetto [2 dicembre 2013].
  8. Cfr. http://www.falaatelier.com/filter/project/less-homeless [10 gennaio 2014].
  9. Ulteriori informazioni sono disponibili in: http://www.martinazua.com/product/basic-house/ [10 gennaio 2014].
  10. Cfr. http://www.tengbom.se/en-US/projects/207/smart-student-units [9 dicembre 2013].
  11. Cfr. http://microcompacthome.com [18 gennaio 2014].
  12. Cfr. http://www.abaton.es/en/projects/271070769/portable-home-aph80 [20 gennaio 2014].
  13. Il progetto Su-si è disponibile in http://www.su-si.at, mentre il progetto Fred, esposto nella mostra itinerante Living in Motion (2002-2007) nella sezione “Folding +Unfolding”, è stato pubblicato, oltre che nel relativo catalogo, nella rivista DETAIL 03/2001 disponibile in: http://detail-online.com/inspiration/mobile-house-–-fred-103845.html [30 dicembre 2013].
About the author(s):

Architect, Master in Industrial design and PhD, assistant professor and researcher in Industrial Design at Politecnico di Milano.

marina.parente@polimi.it

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