Design and Gender Studies

Parlando di donne e design è necessario ricordare l’importante ruolo svolto dai Gender Studies.

Abbiamo così chiesto una breve intervista a Cheryl Buckley, una delle maggiori protagoniste del discorso di genere nell’ambito del design.

Inoltre di Cheryl Buckley riproponiamo l’articolo “Made in Patriarchy: Toward a Feminist Analysis of Women and Design” estratto da Design Issues, Vol. 3, N. 2 (Autumn), The MIT Press, Cambridge1986, pp. 3-14, su gentile concessione della casa editrice MIT Press (http://www.mitpressjournals.org/loi/desi).

Pubblichiamo poi una breve scheda sui Gender Studies, che traggono origine da “un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali dell’identità di genere” [1] per scardinare le certezze consolidate sui metodi storiografici, smascherando le ideologie che stanno dietro alla ridotta presenza delle donne nei libri di storia e per definire nuovi percorsi della ricerca nell’ambito della disciplina del design.

Design e Gender Studies

Nati in Nord America tra gli anni Settanta e Ottanta nell’ambito dei Cultural Studies [2], i Gender Studies si diffondono nell’Europa Occidentale negli anni Ottanta. Si sviluppano a partire da un certo filone del pensiero femminista e trovano spunti fondanti nel post-strutturalismo e nel decostruzionismo francese (soprattutto Michel Foucault e Jacques Derrida), negli studi che uniscono psicologia e linguaggio (Jacques Lacan e, in una prospettiva postlacaniana, Julia Kristeva).

I Gender Studies non costituiscono un campo di sapere a sé stante, ma una modalità di interpretazione dei diversi aspetti della vita umana, della formazione delle identità e del rapporto tra individuo e società e tra individuo e cultura. Per quanto detto sono applicabili a qualunque branca della conoscenza.

Negli anni Settanta e Ottanta la diffusione dei Gender Studies è stata caratterizzata da un intento di attivismo politico connesso alla condizione femminile e teso all’emancipazione sociale, ma anche connesso a quella degli omosessuali e ad altre minoranze etniche e linguistiche in relazione a problematiche di discriminazione, di oppressione razziale ed etnica, allo sviluppo delle società postcoloniali e della globalizzazione.

Grazie ai Gender Studies oggi si può affermare che il concetto di genere non coincide con il concetto di sesso (corredo genetico di caratteri biologici, fisici e anatomici), ma sesso e genere sono dimensioni interdipendenti, nel senso che a partire dall’appartenenza a un sesso si innesca il processo di definizione dell’identità di genere. ll Gender non è caratterizzato da comportamenti e ruoli innati ma è un concetto culturale che si costruisce psicologicamente e socialmente; nemmeno l’identità di genere è innata e immutabile, ma in continua modificazione nello spazio e nel tempo, poiché è il riflesso delle convenzioni sociali e della cultura di uno specifico luogo in un determinato tempo. Quindi il rapporto tra sesso e genere varia secondo le aree geografiche, dei periodi storici, delle culture di appartenenza. I concetti di maschilità e femminilità sono relativi, cioè concetti dinamici che devono essere storicizzati e contestualizzati. Ogni società definisce quali valori attribuire alle identità di genere.

Nel loro sviluppo i Gender Studies hanno seguito l’evoluzione delle teorie femministe del mondo occidentale che, dopo una prima fase “radicale” negli anni 60-70, sono state caratterizzate dalla fase “culturale”, e poi da quella post-moderna e post-strutturalista che, a differenza della fase radicale, che negava la differenza tra uomini e donne, ha operato per la costruzione di una teoria e una prassi dell’uguaglianza dei generi che tenga conto delle differenze sociali e culturali di appartenenza.

Nel campo del design, i Gender Studies, fioriti nei paesi anglosassoni, argomentano il concetto già palesato da alcuni studi nel campo dell’arte, della quasi totale “invisibilità” delle donne nella storia del design (Rubino, 1979[3] ; Parker e Pollock, 1981; Bukley, 1986).

Così, nella seconda metà degli anni ’80 e negli anni ’90, in coincidenza con la fase post-strutturalista del femminismo, inizia un percorso di ricerca che coinvolge molti ricercatori nel ripercorrere la storia del design con l’intento di svelare la presenza e l’apporto delle donne.

Sull’esempio delle ricerche che faticosamente, per la mancanza di fonti specialistiche e di bibliografie, hanno svelato anche con metodi non convenzionali il percorso delle donne nell’arte, molti studi hanno identificato le donne che, con il lavoro di fabbrica (dalle pittrici di parati alle ceramiste, dalle tessitrici alle stiliste), all’interno di movimenti artistici e di scuole come il Bauhaus[4], hanno contribuito significativamente alla storia del design. Gli studi storici ne hanno ricostruito i percorsi di vita, e ne hanno analizzato anche il gender cioè l’insieme dei comportamenti, attitudini, aspettative, forme espressive e modi di relazione sociale attraverso i quali si definiscono le identità individuali e sociali di genere in rapporto al contesto geografico, sociale e culturale.

Fondamentale è stato il lavoro svolto da Judy Attfield, Cheryl Buckley e Pat Kirkham, riconosciute come le maggiori teoriche del design in relazione ai Gender Studies, alle quali si deve non solo una mappatura di opere e biografie di donne designer e artigiane, ma soprattutto la rivendicazione del ruolo della donna e della specificità della creatività e progettualità femminile nei contesti socioculturali in cui si è espresso il design, segnando il passaggio da un women designer approach a un feminist approach, come sostiene Judy Attfield (1989).

L’approccio femminista ha esplicitato la necessità di mettere in discussione i paradigmi culturali della cultura moderna che ha escluso l’attività delle donne dalla sfera pubblica della produzione e del design, per relegarle nella sfera privata della cura e della riproduzione.

Cheryl Buckley (1985; 1986) ha segnalato che, nonostante molti studi abbiano avuto il ruolo di evidenziare il lavoro delle donne, permane nella critica un pregiudizio di genere: i metodi storiografici classici hanno stabilito delle gerarchie, dato priorità a certe tipologie di design (industrial design), categorie di designer (i pionieri), diversi movimenti artistici e differenti modalità di produzione (industriale), che sono serviti a escluder le donne dalla storia; hanno assegnato all’uomo l’area “dominante”o funzionale, relativa alla produzione industriale, e alle donne l’area “decorativa” del design: le cosiddette arti decorative o applicate (tessile, ceramica, ecc.) spesso condotte nell’ambito privato e domestico, quindi non riconosciute come attività di design.

L’approccio critico dei Gender Studies sui metodi della storiografia classica, che hanno determinato l’assenza delle donne dalle storie o la loro discriminazione nonostante la presenza, ha implicato una radicale messa in discussione dei paradigmi culturali consolidati. Il dibattito innescato ha rivelato “le ragioni ideologiche del silenzio sulle donne” smascherando la relazione di dipendenza che intercorre tra patriarcato e capitalismo nel mondo occidentale, con l’abilità di entrambi di modellare e riformulare la società per prevenire potenziali processi di trasformazione (Buckley, 1986).

Questo cambiamento di prospettiva ha dischiuso all’analisi e alla lettura storica della cultura materiale una molteplicità di nuove prospettive di analisi finalizzate a superare le convenzioni e gli stereotipi. La ricerca ha messo in campo la possibilità di individuare nuovi metodi e parametri storiografici (per valutare gli oggetti di design, definire il design e l’attività dei designer) in modo da far emergere le dimensioni del design celate, omesse e addirittura nascoste dagli studi precedenti. In particolare Cheryl Buckley ha affermato la necessità di ridefinire ed estendere i confini del design, ridisegnando il rapporto e le distinzioni tra arti, artigianato e design, per contribuire allo sviluppo di una storia del design più“inclusiva” rispetto a quella prodotta dalla cultura moderna.

Sempre nel contesto culturale anglosassone negli anni Novanta sono emerse ricerche che hanno indagato, secondo la prospettiva femminista, il ruolo del design nei rapporti tra gender. Questi comprendono attente indagini nel campo della pubblicità, dell’arte, del visual design come quelle di Ellen Lupton, e dei prodotti di largo consumo, di cui vengono analizzati i segni, le immagini e gli artefatti comunicativi.

L’interesse per questi studi si è spinto anche oltre i confini del mondo anglosassone.

Le ricerche hanno messo in evidenza il ruolo subordinato della donna nella società dei consumi: quello di consumatrici dei prodotti disegnati dagli uomini.

È stato anche analizzato come il design influisca nella costruzione dell’identità di genere e, se assoggettato agli stereotipi, alla discriminazione di genere.

La relazione tra gender e oggetti d’uso quotidiano è stata analizzata in vari aspetti: dalla loro forma, ai materiali, dal colore alla finitura, tutti elementi che veicolano messaggi sugli stili di vita, sulle aspirazioni dei consumatori e attraverso i quali si definisce l’identità di genere (Martha Zarza, 2001).

In Italia è interessante lo studio condotto da Raimonda Riccini che ha indagato la relazione esistente fra la promozione delle tecnologie domestiche e l’identità femminile. Dopo l’abbigliamento, le tecnologie e le tecniche domestiche sono stati gli strumenti primi di strutturazione del corpo femminile. Lo studio della Riccini verte in articolare a evidenziare come, nonostante gli aspetti positivi dell’introduzione delle tecnologie nell’ambito domestico, mascherate dietro le prospettive utopiche di maggiore confort, si nascondono nuove forme di asservimento al lavoro, sempre più insidiose. Le tecnologie hanno proposto nuovi stile di vita in cui, ogni volta, sembrerebbe che il lavoro domestico si smaterializzi. Invece viene prefigurato un drastico ridimensionamento del ruolo del corpo umano femminile e delle sue tecniche nelle attività domestiche: “… la casa intelligente è ancora una volta una costruzione tecnica maschile, nella quale le funzioni della tecnologia sono determinate dai progettisti e dai produttori” (Riccini, 1997, p.164).

Marinella Ferrara, Politecnico di Milano, Dipartimento INDACO.

Bibliografia

Attfield, J. (1989). Form/female follows function/male: Feminist Critiques of Design. In J. A. Walker (ed.), Design History and the History of Design, London, UK: Pluto Press, pp. 199-225.

Buckley, C. (1986, autunno). Made in Patriarchy: Toward a Feminist Analysis of Women and Design. Design Issues, Vol. 3, n. 2 pp. 3-14.

Pietroni, L. (2002, settembre). Donne e Design: il contributo dei Gender Studies. Op. cit., n. 115 pp. 15-35.

Pollock, G. with Parker R. (1981). Old Mistresses. Women, Art and Ideology, London UK: Routledge & Kegan.

Riccini, R. (1997). Identità femminili e tecnologie del quotidiano. In L. Fortunati, J. Katz, R. Riccini (a cura di), Corpo Futuro (pp. 155-166). Milano IT: Franco Angeli.

Rubino, L. (1979). Le spose del vento. La donna nelle arti e nel design degli ultimi cento anni, Verona, IT: Bertani Editore.

Trasforini, M. A. (2000, a cura di). Arte a parte: donne artiste fra margini e centro. Milano, IT: Franco Angeli.

Weltge, S. W. (1993). Bauhaus Textiles. London, UK: Thames & Hudson.

Zarza, M. P. (2001). Hair Removal Products: gendered objects under control of conventional conceptions of femininity and masculinity. Proceedings of the ICSID 2001. Seoul, Korea.

Footnotes    (↵ returns to text)
  1. I Cultural Studies sono il punto di convergenza degli apporti provenienti da numerose discipline – le scienze sociali, l’antropologia culturale, la semiotica, le teorie estetiche, la storia della scienza e le tecniche della comunicazione – che hanno come principale obiettivo quello di stabilire il diritto alla differenza: sessuale, etnico-razziale, religiosa, geografica. I Cultural Studies rivalutano e dando voce alle subculture, alle controculture, e si focalizzano su temi che erano considerati marginali: la sessualità, il genere, i mass media, i movimenti sociali e culturali, i rapporti interetnici, la cultura popolare.
  2. Old Mistresses: Donne, Arte e ideologia, gli inglesi studiosi esaminato il ruolo delle donne all’interno della storia dell’arte.
  3. Negli anni ’90, Sigrid Wortmann Weltge ha dedicato al lavoro delle donne al Bauhaus uno studio svolto da una prospettiva femminista. Lo studio è stato pubblicato con il titolo I tessuti del Bauhaus. L’arte e l’artigianato di un laboratorio femminile.
  4. Infatti, secondo Judy Attfield, la storia del design soffre della provenienza dalle teorie del Movimento Moderno, che considera la forma-femmina derivante dalla funzione-maschio. Il design è considerato il prodotto di designer professionisti e derivante della produzione industriale con metodi di divisione del lavoro. Il lavoro artigianale assegnato alle donne e svolto in casa non viene riconosciuto come attività di design.
About the author(s):

Architect MsD and PhD in Industrial Design, Marinella Ferrara is a senior researcher of Politecnico di Milano (Design Department) and an assistant professor at the Design School of the same institution. Her research are directed to the relationship between design and technological innovation. She is the author of several books and essays that link micro‐stories to the macrostructures for rethinking of the relationship between design and materials as a dynamics of the socio-technical innovation process.She is investigating in order to define the strategic role of design as driver for innovation trought interdisciplinary process. She has opened a personal focus on Mediterranean Design considered as emblematic expression of the contemporary geo‐political complessity. Other topics are: self-production design, relationship between design and crafts, the women’s Design in the mediterranean countries.

marinellaferrara@gmail.com

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