(Women’s) Design Will Save the (Arab) World

Dai dolcetti al defibrillatore cardiaco. Artigiane/designer e imprenditrici nel mondo arabo. Potrebbe essere questo il titolo per una ricognizione sul tema della creatività al femminile nei Paesi del Nord Africa. Il riferimento è chiaramente alla bella mostra, curata da Anty Pansera e Tiziana Occleppo, titolata: Dal merletto alla motocicletta. Artigiane/artiste e designer nell’Italia del Novecento (Pansera, Occleppo, 2002), promossa dall’Unione Donne Italiane di Ferrara in occasione della X edizione di “Biennale Donna”.

Il parallelismo aiuta a mettere in luce differenze, similitudini e qualche paradosso.

Oggi le donne egiziane tentano, con fatica, di fondare l’Unione Donne Egiziane, riprendendo la via tracciata da Huda Shaarawi, che nel maggio del 1923, di ritorno al Cairo da una conferenza romana del movimento femminista internazionale, scendendo dal treno, si tolse il velo sfidando la cultura maschilista dominante.

Non sappiamo se Huda Shaarawi, quando realizzò l’emporium, dove le ragazze dei quartieri poveri del Cairo imparavano a cucire e ricamare, conoscesse l’esperienza bolognese dell’Aemilia Ars merletti e ricami (1900-1935). L’arte dei merletti nasce però sulle rive del Mediterraneo, è nota la grande tradizione tessile mediorientale che si tramanda e rinnova in eventi come il recente “Fashion Week Tunis” di Cartagine, che ha acceso il dibattito sui temi religiosi, per i colori accesi degli abiti (invisi ai salafiti), le folte barbe spruzzate d’oro e d’argento dello stilista Salah Barka e le modelle di Ahmed Talfit, provocatoriamente oscillanti tra nude look e niqab, che comincia a velare i volti delle donne nelle strade del Paese.

Dalla moda all’artigianato del gioiello, che, nei Paesi del Nord Africa, vede una netta divisione dei ruoli: gli uomini creano, le donne assemblano; almeno finché, nella metà degli anni ’60, Azza Fahmy, giovane donna proveniente da una ricca famiglia borghese dell’Alto Egitto, trasferitasi al Cairo per studiare e laurearsi in Interior Design, non riuscì a farsi accettare, prima donna, come apprendista nello storico suk di Khan El-Khalili, abbandonando un rispettabile lavoro governativo per indossare la tuta da operaia. Oggi l’azienda di Azza Fahmy produce un fatturato di oltre quattro milioni di dollari e impiega 170 dipendenti che producono ogni anno circa 11.000 pezzi fatti a mano, indossati dalle star internazionali e distribuiti in tutto il Medio Oriente e nel Regno Unito. Lasciata la gestione dell’azienda nelle mani della figlia Fatma Ghaly, Azza Fahmy ha recentemente co-finanziando il progetto “Nubre” con l’Unione Europea, promuovendo workshop per studenti egiziani ed europei e progetta di realizzare, in partnership con Alchimia (Scuola del gioiello contemporaneo di Firenze), l’Azza Fahmy Design Institute.

L’idea (spesso femminile) di promuovere l’arte applicata per scopi etici, pedagogici o di recupero sociale, in occidente come in oriente, è una costante che nel tempo si ripete. Sarah Beydoun, alle prese con la tesi del suo master in sociologia, nel 2000 incontrò le donne carcerate nella prigione femminile di Baabda, alle porte di Beirut, passando velocemente dalla ricerca all’imprenditoria, mossa dall’impegno sociale. Occorreva sostenere quelle donne (spesso accusate di prostituzione) e Sarah le convinse a realizzare delle borse da vendere nei mercati, consentendo loro di avere una adeguata assistenza legale e, una volta fuori, di affrontare l’isolamento e lo stigma sociale. Sarah’s Bag è ora il nome di un’azienda che dà lavoro a 150 donne, alcune ancora recluse, altre, uscite dal carcere, dirigono i reparti specializzati o tagliano e cuciono nelle varie regioni del Paese, ma tutte sono regolarmente retribuite con uno stipendio superiore al salario minimo. Nel tempo le Sarah’s Bag, con il loro fascino Pop/Arabo/Retrò ottenuto assemblando scampoli di velluti, broccati damasceni, ricicli di vecchi arazzi, perline e pailettes, hanno conquistato il Golfo, l’America e l’Europa, comparendo anche tra le mani della regina Rania di Giordania.

Beirut, città dai molti contrasti, vivace, cosmopolita e fluida, si adatta ad ogni esperimento, nell’arte, nella moda e nel design, esaltandolo fino a fargli acquistare una straordinaria evidenza mediatica, basti pensare al successo dei divani di Bokja, brand fenomeno, tra arte, artigianato e design, creato nel 1999 da due donne, designer per caso, Hoda Baroudi, formazione da giornalista e amante di tessuti antichi e arazzi, e Maria Hibri, economista con la passione per l’antiquariato e l’artigianato.

C’è un Libano chiassoso, dai colori sgargianti, ed uno più intimo, riflessivo, introverso. Nada Debs, nuova icona del design mediorientale, sintetizza perfettamente lo spirito di Beirut, la cifra del suo progetto sta nel logo che riporta il suo nome, disegnato mischiando la tradizione calligrafica giapponese con quella araba. Nada Debs ama giocare con i contrasti, nella scelta dei materiali come nelle linee dei suoi arredi, incontrando il gusto del mercato locale e internazionale, grazie all’intreccio sapiente e innovativo dei seducenti pattern della tradizione araba con il rigore minimalista giapponese. Nata in Libano ma cresciuta a Kobe, Nada Debs ha studiato architettura degli interni presso la Rhode Island School of Design negli Stati Uniti, ha iniziato la sua attività a Londra e nel 2000, tornata a Beirut, ha fondato il brand che porta il suo nome.

Altra designer libanese, dalla formazione eclettica, regia cinematografica all’ESRA di Parigi e master in Product Design e Design Direction alla Domus Academy di Milano nel 1997, Karen Chekerdjian ha lavorato in Italia con Edra. Tornata a Beirut nel 2001, Karen non avendo a disposizione tecnologie o materiali sofisticati e potendo contare soltanto sulla grande tradizione dell’artigianato locale, si è dovuta confrontare, e spesso scontrare, con la visione tradizionale dei suoi collaboratori, scultori, maestri incisori, artigiani abilissimi a soffiare il vetro o lavorare l’ottone ma lontani dalla sua sensibilità cosmopolita e contemporanea, e nel 2010 ha inaugurato il suo emporio, nella zona industriale del porto di Beirut, divenuto un raffinato avamposto per il design, dove trovano posto i suoi prodotti e quelli di altri designer, stoffe, libri e una selezione delle migliori specialità alimentari italiane.

Sempre a Beirut, dal food prende le mosse Hala Audi Beydoun, insegnante di inglese, per trasformare la sua passione per la pasticceria in una vera impresa innovativa. Dotata di un’immagine coordinata curata nei particolari, la Cocoa & Co. di Hala Audi Beydoun si è conquistata una clientela internazionale sparsa in tutto il Medio Oriente, Europa e Nord America. I biscotti Cocoa & Co., piccoli oggetti d’arte, un po’ Gaudi, un po’ barocco, un po’ Pop-Art e un cenno a Keith Haring, sono dedicati a tutte le ricorrenze e festività, ma sugli Husband Cookies, Hala, incurante delle polemiche, non rinuncia a ricamare frasi su temi di attualità e slogan politici.

Dal Libano, che ha vissuto la drammatica esperienza della guerra civile, all’Egitto che attraversa tensioni il cui esito non è prevedibile. Nel 2007 il Financial Times si è occupato di Shahira H. Fahmy, prima designer egiziana presente al Salone Satellite di Milano. Laurea e master in architettura presso la Facoltà di Ingegneria del Cairo, Shahira Fahmy, nel 2005, poco più che trentenne, ha fondato il suo studio, composto da giovani architetti e professionisti esperti in diverse discipline, architettura del paesaggio, urbanistica, Interior e Product Design. Tra i progettisti di Designopolis, l’enorme shopping area, alle porte del Cairo, interamente dedicata al design, Shahira H. Fahmy, architetto tra i più interessanti del Medio Oriente, si è aggiudicata una lunga serie di prestigiosi premi di design e architettura, l’ultimo dei quali, nell’ottobre del 2011, l’Andermatt Swiss Alps Design Competition.

Tra architettura e design si muovono anche Dina El Khachab e Hedayat Islam.

Dina El Khachab, due lauree, in architettura e architettura d’interni presso la McGill University di Montreal e Hedayat Islam, laureata in Scienze Politiche al Cairo, in Interior Design presso la New York School e master in arte islamica e architettura al Cairo, nel 2000 hanno avviato lo studio di progettazione Eklego Design. Nel 2001 erano già oltre 80 i progetti, di architettura e architettura d’interni, firmati da Eklego in tutto l’Egitto, nel 2005 nasce il primo showroom Eklego al Cairo, seguito da Designopolis Shop ed Heliopolis Shop, dove vengono distribuiti numerosi marchi internazionali e linee di arredo e complementi del brand Eklego, alcuni dei quali nati dalla collaborazione con altre donne designer e imprenditrici.

L’Egitto già da qualche anno manifesta interesse nei confronti del design, nel giugno del 2010 al Cairo si era svolto, lungo l’antica El Muiz street, l’evento “+20 Egypt Design”.

Paola Navone fu incaricata di mettere insieme le eccellenze locali, alcuni brand internazionali e prodotti artigianali, in un affascinante mix fatto di innovazione e tradizione. Nel profetico comunicato stampa si poteva leggere: “Il Cairo sta cambiando e i principali promotori di questo cambiamento sono i giovani egiziani”. Pochi mesi dopo finiva l’era Mubarak.

“Design will save the (arab) world”, scrive il giordano Ahmad Humeid, fondatore di Redesign Arabia, nel manifesto/appello lanciato ai creativi del suo Paese. Probabilmente la provocazione andrebbe declinata al femminile, visto il discreto numero di donne arabe impegnate a conquistare la ribalta internazionale del design.

Samar Habayeb, nata ad Amman nel 1984, è la giovane direttrice e capo progettista di Silsal, azienda ceramica fondata venti anni prima, dalla madre Reem e da Rula Atalla, per preservare l’arte ceramica locale. Samar, laurea in architettura ed economia alla Tufts University del Massachusetts e master in ceramica alla Cardiff School of Art & Design in Galles, è tornata ad Amman per guidare la Silsal e imprimerle una svolta innovativa, ampliando il catalogo con una inedita linea di arredi; grazie a lei oggi le ceramiche Silsal si trovano in Kuwait e Arabia Saudita e comincia ad arrivare il consenso di molti acquirenti internazionali e l’attenzione dei media.

Approccio diverso quello di Sahar Madanat Haddad, designer freelance per la quale il design è innovativo se stabilisce un corretto equilibrio tra scienza e arte. L’obiettivo di Sahar Madanat, laurea in Industrial Design nel 2004 presso la California State University di Long Beach, è quello di avviare un’impresa per contribuire a sviluppare la cultura del progetto in Giordania. Vincitrice, in aprile, del primo premio all’Hand Made Objects Design Contest, promosso da UNESCO e Alhoush, il premio che Sahar Madanat ricorda con più piacere è però quello ricevuto lo scorso anno all’A’Design Awards di Milano, per il progetto Heart Aid, un defibrillatore cardiaco portatile, per anziani, in grado di aumentare le possibilità di sopravvivenza del 50-74%.

Concludendo questa rassegna, non esaustiva, sulla progettualità femminile nei Paesi Arabi del Mediterraneo, una notazione: a fronte di tante donne arabe che oggi agiscono e progettano, sono forse troppe le dita di una mano per contare, almeno fino alla prima metà del secolo scorso in Italia, le storie di donne progettiste/imprenditrici. Nell’Atlante del design italiano 1940/1980 (Pansera, Grasso, 1980) troviamo solo sei profili di donne e, venti anni dopo, nel Design del XX secolo (Fiell, 2000) le presenze “internazionali” femminili non sono neppure venti su più di duecento nomi, trascorsi altri dieci anni e passa, la situazione non sembra essere molto cambiata.

La celebre scrittrice e attivista egiziana, Nawal El Saadawi, in occasione dell’ultima Giornata Internazionale delle Donne ha affermato, riferendosi al suo Paese: “Abbiamo donne che sono più patriarcali degli uomini, abbiamo uomini socialisti che sono più capitalisti dei leader di estrema destra, e abbiamo atei che sono più fanatici dei fondamentalisti”, una considerazione che, per certi aspetti, potrebbe valere anche dalle nostre parti.

Bibliografia

Grassi, A. & Pansera, A. (1980). Atlante del design italiano 1940 – 1980. Milano, IT: Fabbri Editori.

Fiell C. & Fiell P. (2000). Design del XX secolo. Colonia, DE: Taschen.

Pansera, A. & Occleppo, T. (Ed.). (2002). Dal merletto alla motocicletta. Artigiane/artiste e designer nell’Italia del Novecento. Milano, IT: Silvana Editoriale.

2 pensieri su “(Women’s) Design Will Save the (Arab) World”

    1. Hi Hala,
      we are honored to publish your work.
      I hope you would send us news about your work and lebanese design too.
      Best regard
      Marinella

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