What’s up? 15 young european architects

Quindici studi di giovani architetti europei espongono i loro lavori più significativi e ragionano sulle condizioni contemporanee della produzione del progetto.
Una generazione pragmaticamente ancorata nel presente affronta la transizione verso una differente situazione esistenziale, più collaborativa e sociale: verso una architettura in grado di superare l’ossessione per l’autorappresentazione individuale, per la ricerca linguistica e formale, e partecipare a costruire una ecologia dell’interazione.

WHAT’S UP? è un richiamo all’attenzione. Una esortazione a chiedersi cosa succede nel panorama europeo dell’architettura.
Uno slang giovanile per ritrarre una nuova generazione di architetti talentuosi in grado di scardinare pregiudizi e reticenze.
Il volume nasce per incuriosire e sollecitare la critica architettonica verso i risultati conseguiti dalle giovani generazioni di progettisti e per testimoniare e documentare la capacità organizzativa e la formazione culturale di alcuni studi in un confronto assolutamente paritario e non azzardato con i colleghi già attivi da tempo, attraverso gli strumenti delle idee e delle procedure del lavoro.
La selezione riguarda 15 studi europei di età compresa tra i 30 e i 40 anni descritti attraverso un testo e la pubblicazione di due loro progetti, il primo realizzato e quello che ho ritenuto tra i più significativi.
La selezione non si è basata solamente sull’aspetto anagrafico ma anche sul contributo che a mio parere questi studi, in maniera diversa, danno al dibattito in corso sullo stato dell’arte dell’architettura.
Tra i criteri di scelta vi sono il numero elevato di opere realizzate da ogni studio in relazione agli anni di attività, e la volontà di individuare progetti con funzioni diverse, dai quali emerge una eterogeneità di forme, ispirazioni, intenzioni, risultati, materiali e colori. Per alcuni Stati un altro fattore di scelta è stato, a parità di contenuti, la minore presenza sui media di uno studio rispetto ad un altro.
Dalle risposte fornite nelle interviste emergono diversi percorsi formativi, diverse metodologie progettuali e campi d’azione (c’è chi progetta quasi esclusivamente edifici per lo sport o per il culto, o chi realizza nelle aree più povere del mondo) ma tutti gli studi sottolineano l’importanza che rivestono la ricerca architettonica, l’interdisciplinarietà, la collaborazione professionale e l’attenzione per il contesto.
Ascoltare i professionisti che proveranno a disegnare le città di domani è altrettanto interessante che registrare l’esperienza di un architetto già affermato.
Spero sia evidente che la molla che ha generato questo volume stia nel fatto che io credo nella libertà di espressione e nell’entusiasmo delle nuove generazioni, nella loro capacità di poter cambiare i valori dominanti, nei sacrifici fatti per la passione del proprio lavoro, nel coraggio e nell’incoscienza di tante scelte lavorative all’inizio della propria carriera professionale.
Nonostante la situazione economico-politica di questi anni non sia promettente, sono convinto che la tenacia e il talento riescono sempre a dare risultati sorprendenti e ascoltare voci e idee originali anche provenienti da architetti inesperti può diventare un’arma vincente per costruire luoghi diversi e a volte più stimolanti.

La stessa musica

Ogni volta che dagli auricolari dei miei figli sento uscire l’eco di Jimi Hendrix o dei Pink Floyd la familiarità del riconoscimento si mescola alla sorpresa di una inaspettata continuità di gusto fra generazioni. Se me lo avessero detto quarant’anni fa non ci avrei mai creduto: il rock era forma rivoluzionaria, appartenenza ideologica, affermazione identitaria e contrapposizione contro il vecchio: semplicemente impensabile condividere con i genitori uno stesso piacere estetico. Allargando un po’ lo sguardo, ci si accorge che gli stessi fenomeni musicali di durata, o di copia e incolla postmoderno, attraversano anche le più varie forme di espressione, e l’architettura non fa eccezione. Eppure non si può dire che le condizioni generali e specifiche siano rimaste le stesse. Quella cui viene data voce in questo volume, dedicato a quindici studi di giovani architetti europei, è la prima generazione di nativi digitali, pienamente “parlati” da linguaggi radicalmente nuovi, a loro agio in un mutamento paragonabile nelle sue dirompenti potenzialità a quello che produsse(ro) Alberti e Brunelleschi. E non si tratta solo di strumenti disciplinari, ma di una totale trasformazione della interazione sociale e delle sue forme di comunicazione. Il fatto che tutto ciò non abbia (ancora?) prodotto una riconoscibile estetica dello spazio è un fenomeno tanto inatteso quanto significativo. Alcuni intravedono nelle stesse caratteristiche della rete, nella precisione estrema con cui i motori di ricerca ti restituiscono proprio quello che cerchi, nel progressivo isolamento in reti sociali costruite dai “mi piace”, il venir meno del carburante dell’innovazione, delle collisioni casuali con l’inaspettato cui l’epoca predigitale ci esponeva continuamente. Altri attribuiscono un ruolo importante alle conseguenze delle numerose crisi (ambientali, economiche, ideologiche, demografiche…) e agli altrettanto molteplici ripiegamenti che ne sono seguiti: anche e soprattutto nelle discipline del progetto, per le quali il “nuovo” è sempre meno un valore socialmente riconosciuto e condiviso.
Vere o meno queste ragioni, è evidente che ci troviamo in una fase di transizione e il modo migliore per provare a comprenderla è ascoltarne i protagonisti. Un primo dato che emerge dalla lettura di questo volume è proprio una certa marginalità della questione generazionale, come se il bisogno freudiano di eliminare i padri fosse improvvisamente venuto meno. Può essere che il precoce impegno nella concretezza della costruzione abbia avuto un ruolo nell’orientare i diversi approcci qui raccolti verso un sano pragmatismo proattivo, per il quale l’espressione di una posizione specifica non debba necessariamente passare attraverso l’emancipazione da paradigmi noti. Attività che, in ambiti più isolati e protetti come l’accademia, viene in effetti ancora praticata con entusiasmo (anche se lì, di solito, si cerca di far fuori i genitori riesumando i nonni…). L’ambizione che viceversa appare maggiormente condivisa da questi giovani architetti operanti è semplicemente fare il proprio lavoro al meglio, cercando di mantenere una certa integrità nel confronto con le condizioni di contesto. Non mancano posizioni differenziate, tra idealismi al limite dell’ingenuità e approcci professionalmente realisti, tutti però improntati alla volontà di allontanarsi dal cinismo e dall’individualismo che siamo abituati ad associare alla figura dell’architetto. La diffusa diffidenza verso modi e obiettivi delle archistar non sembra quindi una dichiarazione di circostanza da parte di chi, escluso per ora dal poter giocare quella partita, se ne dichiara disinteressato. Si tratta di un orientamento diverso, meno ossessivamente teso ad autorappresentarsi individualmente attraverso la forma dell’esito costruito. Il progetto per questi giovani non è più un atto di eroismo alla Howard Roark, architetto romanzesco e romantico che nella Fonte meravigliosa era interpretato da un Gary Cooper tutto d’un pezzo. Non è l’esito del raro talento di un Gehry né dell’accanimento tecnologico che ne sostiene la fattibilità. Non si affida nemmeno al rovesciamento paradossale della realtà attraverso le sue stesse contraddizioni, dispositivo narrativo sul quale Rem Koolhaas e i suoi molti allievi hanno costruito i loro successi. Se, alla fine, riusciamo a riconoscere una specificità generazionale, questa va ricercata per negazione: in una differente condizione esistenziale, più collaborativa e sociale, più attenta a partecipare a una sorta di ecologia dell’interazione, nello spazio e nel tempo, nelle scelte e nelle competenze. Una generazione non particolarmente oppressa dal passato né ansiosa di plasmare il futuro e quindi ben ancorata nel presente, precocemente consapevole che in un mondo in rapida trasformazione conta più la qualità del viaggio che il raggiungimento di mete sempre meno identificabili.

Padova, 5 Luglio 2012

About the author(s):

Architect MsD and PhD in Industrial Design, Marinella Ferrara is a senior researcher of Politecnico di Milano (Design Department) and an assistant professor at the Design School of the same institution. Her research are directed to the relationship between design and technological innovation. She is the author of several books and essays that link micro‐stories to the macrostructures for rethinking of the relationship between design and materials as a dynamics of the socio-technical innovation process.She is investigating in order to define the strategic role of design as driver for innovation trought interdisciplinary process. She has opened a personal focus on Mediterranean Design considered as emblematic expression of the contemporary geo‐political complessity. Other topics are: self-production design, relationship between design and crafts, the women’s Design in the mediterranean countries.

marinellaferrara@gmail.com

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