The pr-objects from the age of Adhocracy

Abstract: “Adhocracy” è la mostra curata Joseph Grima alla prima Istanbul Design Biennial, ma prima di questo è un concetto, uno strumento, il tentativo di dare una risposta alle questioni relative all’evoluzione che stanno avendo il ruolo delle pratiche del progetto, del designer e dell’user-producer nella nostra società contemporanea. In questo articolo i ‘pr-oggetti’ descritti forniscono alcune provocanti risposte alle seguenti questioni: perchè parliamo di design a Istanbul? Come i sistemi open-source e le stampanti 3D cambiano la produzione e l’autorialità degli oggetti? Come l’open-design emancipa l’utente? Quindi, quali sono le implicazioni sociali e politiche nella condivisione partecipata della conoscenza attraverso le nuove tecnologie?

“…il mondo è retto dalle vostre mani. O uomini, uomini miei!”  (Hikmet, 1954, pp. 45-46)

1. Istanbul Design Biennial

Oggi più che mai, è un’ardua impresa definire cos’è il design e qual è il suo ruolo nel contesto attuale, nella così detta era post-industriale o terza rivoluzione industriale, come l’ha definita l’Economist lo scorso aprile.

Ciò che ha caratterizzato il cuore della prima Istanbul Design Biennial, promossa dall’Istanbul Foundation for Culture and Arts (İKSV), nei due anni di preparazione, è stata l’abilità di attivare molteplici discussioni con diversi attori, tanto a livello locale quanto a quello internazionale.

Istanbul diventa così l’incarnazione del tema “Imperfection” proposto da Dejan Sudijc, con la sua energia vibrate, le infinite attività, ma anche le contraddizioni e la sua bellezza indefinita e sorprendente.

Simposium, workshop, eventi paralleli e due mostra principali – “Musibet” (dal turco ‘catastrofe’) curata da Emre Arolat all’Istanbul Modern e “Adhocracy” curata da Joseph Grima alla Scuola elementare greca – hanno cercato di coinvolgere un ampia varietà di persone ed immergerle nella comprensione del caos, negl’infiniti strati della città, nei suoi molteplici punti di vista, ma anche in quel territorio indistinto in cui i confini delle discipline si mescolano, nell’emergere dell’informazione co-prodotta dagli utenti, in quei progetti, oggetti e iniziative che caratterizzano il contesto ‘glocal’ di Istanbul.

In questo articolo mi focalizzerò sulla mostra “Adhocracy” curata da Joseph Grima ed un curatorial team internazionale composto da Elian Stefa, Ethal Baraona Pohl, Pelin Tan e Maurizio Bortolotti.

Iniziando proprio dalla pratica collaborativa possiamo identificare il comune determinatore di “Adhocracy”, ma ovviamente è anche molto più di questo. Grima identifica il concetto di adocrazia come opposto al concetto di burocrazia, il sistema economico gerarchizzato e la direzione politica centralizzata.

All’opposto, “Adhocracy” interroga le limitazioni della rigidità di queste strutture, propone produzioni ibride, low and high, alternative, che si basano su pratiche botton-up. Il design diviene, integrato con le altre discipline, una modalità per proporre nuove soluzioni e sviluppare una nuova consapevolezza civile.

Al tempo stesso la mostra è concepita come una piattaforma work-in-progress aperta a stimolare il dibattito su questi temi ospitando seminari sui temi cruciali della nostra società contemporanea.

2. Mostrare i processi

Per darvi solo una panoramica dei progetti presentati in “Adhocracy”, e quindi comprendere meglio, ma al tempo stesso problematizzare il concetto espositivo, vorrei riassumere quali erano i requisiti richiesti nella open call lanciata il 14 febbraio 2012:

“Cerchiamo progetti che:

– potenzino le persone attraverso il design autoprodotto e collaborativo;

– sperimentino metodologie innovative di manifattura e produzione;

– nascano o si basino sulle reti;

– emancipino le frontiere del moviemento open-source e le sue implicazioni nella vita di tutti i giorni;

– uniscano il know-how e le tecniche tradizionali con i nuovi strumenti tecnologici;

– push the boundaries of the open-source movement and its implication for everyday life;

– non hanno un autore o così tanti da non essere contati;

– sfidano ed estendono i confini consolidati della definizione di design” (Grima, 2012, pp.88-89).

Pertanto la mostra si stacca completamente dalla prevedibile tradizionale esposizione d’oggetti di design e anche quanto guardimo agli oggetti/macchine o agli apparecchi esposti comprendiamo facilmente i processi dietro e oltre le azioni, dai quali l’utente impara e contribuisce a sua volta alla loro medesima realizzazione.

Oltre a questo, oggi, questi progetti sono emblematici nella ridefinizione del ruolo professionale e culturale del designer.

Possiamo iniziare ad analizzarli, cercando all’interno delle strutture degli oggetti, come Jesse Howard ci rivela in Trasparent tools, dove ci propone una serie di apparecchi domestici – un toaster, un trita caffè, un’aspirapolvere – che possono essere prodotti dall’utente, modificando e ripararli scaricando dal database di Openstrucure una schematica griglia che permette la progettazione delle singole parti degli apparecchi; al tempo stesso questa costruzione ha l’obiettivo di connettere altri utenti-produttori dei componenti al fine di promuovere il processo di co-creazione.

Un ulteriore progetto che si basa sulla condivisione e sulla natura del web 2.0 è la piattaforma Open Source Ecology, fondata da un gruppo di agricoltori e scienziati attivisti dell’Ohio, che qui presentano il loro Global Village Contrusction Set (GVCS), un’apparecchiatura economica per costruire più di cinquanta macchine OS industriali. In mostra si può vedere LifeTrac III un trattore low-cost e multifunzioni, costruito in sei giorni.

I progetti Open Source non solo definiscono nuove modalità di produzione e d’interazione tra i designer e gli utenti, ma come sostiene John Thackara (2011, p. 44) il termine “apertura è ben più importante di problema commerciale e culturale. E’ una questione di soppravvivenza”, come alcuni degli apparecchi che usano Arduino.

In breve tempo, un’economica micro-scheda elettronica, creata nel 2005 all’Interation Design Institute di Ivrea, ha proliferato velocemente una vasta gamma di prodotti interattici che soddisfano i bisogni delle persone.

Ad esempio Tacit, di Steve Hoefer, Grathio Labs, è un dispositvo palmare che permette ai non vedenti di orientarsi, traducendo la distanza dagli oggetti (dai 2 ai 3.5 mt) in pressioni al polso.

Siamo ben consapevoli che Arduino dovrebbe essere insegnato alle scuole secondaria, soprattutto dopo aver visto Alarma Sismos, un sismografo autoprodotto da Sebastian Alegria, un quattordicenne cileno, costruito sulla base di un microprocessore Arduino che monitora l’attività sismica e invia automaticamente messaggi twitter.

Alcuni di questi progetti riflettono l’importante tema dell’interazione tra la produzione artigianale e quella digitale di nuova generazione con le stampanti 3D, e che ci piaccia o meno, prima o poi saremo circondati da queste ultime.

Questo sfalsamento di paradigma, che non è ancora facile da percepire, implica che dobbiamo (tanto i designer quanto gli utenti/produttori) trovare modalità diverse di pensare il design delle oggetti, le quali ci condurranno ad una comprensione maggiore delle loro strutture interne e delle loro composizioni materiche.

Come sostiene Neri Oxman, professore al Media Art&Science e direttore del MIT Media LAB, la stampa 3D sta portando una rivoluzione nel design equivalente all’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg, che permetterà una maggiore democratizzazione delle conoscenze e nella produzione degli oggetti.

Lo studio belga Unfold, in collaborazioen con alcuni i ceramisti turchi, quali Tulya Madra & Firat Aykaç di Santimetre e Mustafa Canyurt di Istanbul, presenta il progetto Stratigraphic Manufactury, che si base sulla produzione di oggetti in ceramica (principalmente ciotole e vasi) impiegando il sistema di open-source delle stampanti 3D e li presenta riproducendo un tradizionale negozio artigianale della zona di Şişhane, in cui gli espositori si rivolgono alle vetrine, mentre nel retro vi è il laboratorio dell’Artisan électronique. Qui, Unfold esplora la tensione tra la manifattura manuale e quella digitale dell’argilla.

Sempre di Unfold, questa volta la produzione 3D di oggetti diventa Kiosk 2.0, un carrello mobile, che interroga l’immediatezza, la flessibilità e l’accessibility di questa produzione nello spazio pubblico.

Accedendo ad un database open-source di modelli di design scannerizzati, Kiosk 2.0 permette all’utente di stampare false compie di oggetti iconici del design (come ad esempio il vaso di Aalto) e personalizzarlo a proprio piacimento.

Un altro progetto particolarmente interdisciplare ed interessante, che collega la manifattura tecnologica 3D, l’architettura, il food design e lo spazio publico è Street Food Printing di José Ramon Tramoyeres, Paco Morales, Luis Fraguada, Deniz Manisalı, i quali hanno iniziato a sperimentare l’impiego di macchine Fused Deposition per stampare cibo, come la cioccolata o il formaggio, per alcuni piatti avanguardistici dello chef spagnolo Paco Morales.

Questo progetto è stato esposto per la prima volta alla mostra “Future in the making” al Salone del Mobile, curata da Joseph Grima. Per questa Biennale, i designer sono stati invitati dal curatore ad adattarlo al contesto della città e portare il progetto fuori del contesto espositivo.

Putroppo, con rammarico, in questo articolo devo tralasciare molti altri interessanti progetti, ma due in particolare rappresentano i riferimenti storici della mostra: il primo è Re-reading Giancarlo De Carlo di Autlab, mentre l’altro è Proposta per un’autoproduzione (1974) di Enzo Mari.

Il collettivo romano Autlab rivendica il valore attuale delle poliedriche idee di De Carlo, come la responsabilità sociale degli architetti nel coinvolgere i cittadini nel processo progettuale del Villaggio Matteotti (concluso nel 1974) e le sue riflessioni sulla rivista Spazio e Società,  nella quale guardava alla città come ad una ‘macchina’, in cui edifici, oggetti e persone in maniera condivisa interagiscono nella costruzione della vita quotidiana.

Dall’altra parte la lezione di Mari viene da sedici elementari mobili in legno e dal catalogo della mostra Proposta per un’Autoproduzione, diviene una sorta di manifesto e dichiarazione politica dell’autobuzione e della tendenza do-it-yourself, nonchè una critica contro la posizione passiva del consumatore imposta dall’industria del design di quegli anni.

3. Conclusioni

Tornando alla sede fisica della mostra e al suo tema, vorrei concludere con una nota provocatoria. Nel 2004 Richard Florirda sostiene che lo sviluppo economico è fortemente legato alle 3 T che sono: tecnologia, talento (creatività) e tolleranza.

Oggi Istanbul non è ancora una città dalle 3T, ma prevede che lo sarà nel 2050 sarà una delle metropolis nel mondo, tra Mumbai e San Paolo, in cui auspichiamo più pratiche adocratiche permetterrano di sfidare il pesante sistema burocratico del paese.

Infine, prendo a prestito l’ironico manifesto del progetto Trading Station, del gruppo di artiste Post (con base a Liverpool e Istanbul) che dichiara: “Condividere distrugge la proprietà del prodotto. Condividi le informazioni”. Anche il profeta Maometto ha detto: “A chiunque venga chiesta la conoscenza e la conosce, ma la nasconde e la tiene isolata, verrà legato nel giorno del giudizio con briglie di fuoco”.

Teresita Scalco, Università Iuav di Venezia, Science of Design, attualmente è visiting researcher at SALT, Istanbul

Ringraziamenti

Questo articolo non sarebbe stato possibile senza le ispiranti idee e conversazioni condivise con Joseph Grima, Luis E. Fraguada, Pelin Tan, Canay Tunçer and Moira Valeri che desidero ringraziare profondamente.

Bibliografia

Coşkun Orlandi, A. (2007). Spontaneous Design in Istanbul, in Abitare, n. 472. Milan, pp. 150-153.

Florida, R. L., (2005). Cities and the creative class. New York, NY, London, UK. Routledge.

Grima, J. (2012, edited by). Adhocracy, catalogue exhibition of the Istanbul Design Biennial,  vol.3, Istanbul: IKSV, pp. 88-89.

Hikmet, N. (1949), Of your hands and their lies, in ‘Poems’, trans. Ali Yunus, New York: Masses & Mainstream, 1954, pp. 45-46.

Thackara J. (2011). Into the Open. In van Abel B., Evers L., Klaassen R., Troxler P. (editors) Open design now. Why design cannot remain exclusive. Amsterdam, H: BIS Publishers, pp. 44-45.

Trading Station newspaper, issue 2, publieshed 7 September 2012, available on-line at Share!, Trading Station project by POST (n.d.). http://www.postliverpool.com/projects.html. [Retrieved November, 10, 2012 from]

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