Interview with Odoardo Fioravanti

Marinella Ferrara: Rispetto al passato, al design degli anni ‘60, cosa è cambiato nella professione del giovane designer del 3° millennio? Pensi che l’attuale processo di delocalizzazione delle produzioni e la globalizzazione dei mercati possano minare le tradizionali forme di rapporto tra design e industria? Come?

Odoardo Fioravanti: Il mestiere del designer è radicalmente cambiato, per motivi di carattere diverso.

Da una parte i corsi di laurea in design hanno portato a una maggiore consapevolezza del design e a una preparazione focalizzata sul processo produttivo. Questo, secondo alcuni, ha determinato un difetto di cultura del progetto e anche una diffusione del design spesso in ambiti e modi poco ortodossi.

Dall’altra parte l’industria e la produzione sono cambiate profondamente. La crisi delle grandi imprese e la polverizzazione del sistema produttivo in una specie di nuvola di tante nuove piccole realtà che si affacciano al design in modo strumentale, ha reso difficile la vita dei designer. Nella maggior parte dei casi ci si trova di fronte ad aziende che vogliono fare design perché lo hanno “sentito dire”. Quindi, si tratta di partire da zero, spiegando anche la necessità di fare cultura con la produzione industriale: una specie di micro-evangelizzazione. In molti casi le imprese non producono ma sono editori che detengono una capacità distributiva molto forte. Il tema principale è la relazione, invece della produzione, tra chi pensa i prodotti e l’impresa. Il discorso si riduce alla distribuibilità, alla vendibilità basata sull’appeal delle merci.

È necessario aggiungere che la delocalizzazione della produzione industriale rappresenta un cambiamento epocale per un certo tipo di merci: quelle che per rapporto costo/dimensioni possono essere trasportate a buon mercato. Ciò concorre alla formazione di una committenza che sembra non aver problemi a produrre merci a costi bassi e venderle a prezzi più bassi possibile, in modo da incentivare l’acquisto anche in una situazione di crisi cronica.

Di conseguenza, si sta creando una specie di magma comunicativo intorno al design che fa circolare idee e progetti e, amalgamando le idee, rende i pensieri univoci. Una specie di koiné di linguaggi che filtra i progetti lasciando vivere solo i più cool, i più comunicativi ai fini della vendita. Ma questa è la comunicazione baby

Credi ancora nel ruolo dell’industria?

Io ci credo profondamente, credo che nella definizione industrial design tutte e due le parole siano cruciali. Il disegno prepara un messaggio, dà forma a un pensiero non solo funzionale e l’industria permette la diffusione e lo sviluppo di questo pensiero su una scala mass-market. Questo non esclude la presenza di nuovi paradigmi produttivi come quelli centrati sull’utilizzo delle stampanti 3D e il mondo makers. Ma l’industria rimane il luogo della produzione su grande scala di prodotti, dove è ancora possibile pensare di andare incontro alle esigenze della gente con uno sforzo di ricerca, di ottimizzazione delle risorse, di produzione democratica. La mia sedia Snow per Pedrali ha un bassissimo costo e una distribuzione così vasta che sarebbe impossibile senza una vera industria alle spalle.

Vi sono dei cambiamenti nelle richieste aziendali di design?

Le richieste sono cambiate. C’è la ricerca di progetti facili da mettere in produzione e facili da far “digerire” al mercato. La richiesta si focalizza su progetti market-ready, così contemporanei da sembrar tirati fuori dal passato prossimo: progetti semplici da capire e capaci di motivare acquisti compulsivi e basati sul basso prezzo. Non c’è tempo di aspettare che i progetti si sviluppino, che trovino una giusta collocazione. Pochissime aziende hanno al loro interno la competenza per sviluppare i prodotti e quindi i designer devono preparare i progetti direttamente per la produzione. Si tratta di ingegnerizzare, capire i problemi tecnologici, individuare fornitori e terzisti per conto dell’azienda, etc. Come se un pezzo dell’azienda fosse sostituito dallo studio del designer che a sua volta non è più solo uno che disegna e ha buone idee, ma che pensa a partire dai processi e dai contatti che ha con le realtà artigianali.

Ci sono maggiori responsabilità per il designer?

Non so se si tratta di responsabilità, sicuramente c’è maggiore lavoro nella fase che precede l’incontro con l’azienda. Bisogna arrivare con le idee molto chiare, con una storia pronta per essere venduta, con un’idea molto matura di come sarà la produzione e la distribuzione del prodotto. Insomma, si vende un progetto chiavi in mano e le imprese devono spesso solo decidere se investire o no in un’idea che praticamente è già definita. Questo ha poco a che vedere con la storia del design italiano in cui la parte principale dello sviluppo di un prodotto avveniva in collaborazione tra l’industria e il designer, lavorando duramente su prototipi e modelli di studio.

Quali i cambiamenti introdotti nella professione legati alle nuove tecnologie del digitale, del fast making e rapid prototyping?

Il primo impatto della prototipazione rapida riguarda il cambio di velocità per ottenere dei modelli tridimensionali del progetto. Qualcosa che venti anni fa era quasi impensabile ora è usuale nella professione. È rarissimo che i prototipi siano fatti a mano e spesso si decide se produrre o meno un oggetto solo guardando il suo “simulacro” venuto fuori da una stampante 3D.

La vera sfida di cui queste tecniche sono portatrici è legata alla possibilità di renderle poco costose. Ci sono ancora ostacoli per il costo delle macchine, per l’usabilità dell’interfaccia, per l’uniformità della qualità dei risultati (tendenzialmente c’è sempre qualcosa da “regolare” per un corretto funzionamento). Quando le stampanti 3D saranno simili agli altri elettrodomestici, sarà economico possederne una, facile usarla e curarne la manutenzione, immediato scaricare da internet un file per il 3D e stampare da se stessi un oggetto che si desidera, proprio come oggi si può acquisire e ascoltare un pezzo musicale dal web.

Cosa pensi delle varie forme di autoproduzione oggi praticate?

Mi sembra che siano ancora dei modi di “scaldarsi” prima di accedere all’industria. Anch’io l’ho praticata in alcuni casi, due su tutti: la lampada Shift e la roncola che ho disegnato per la mia mostra alla Triennale di Milano.

L’autoproduzione è un po’ una palestra che permette di apprendere vari aspetti del funzionamento del sistema produttivo. Inoltre consente di dare forma a progetti che altrimenti non vedrebbero la luce, poco adatti alla selezione che le aziende mettono in atto. Mi fa pensare a una specie di valvola di sfogo del mondo delle idee: ogni tanto, quando la pressione interna aumenta a dismisura, c’è una fuoriuscita di oggetti autoprodotti. Spesso i giovani usano l’autoproduzione per mostrare di cosa sono capaci, visto che è difficilissimo trovare industrie che commissionano progetti. Ma continuo a pensare che le autoproduzioni rimangano profondamente diverse dalle produzioni industriali: un’autoproduzione può creare un mercato di nicchia e micro-economie mentre l’industria afferisce a un mondo macro-economico che potenzialmente può raggiungere le grandi masse.

Cosa pensi dell’attuale penetrazione nelle aziende del settore del capitale finanziario, con nuovo ruolo del management?

Mi sembra che molti dei venture capital che entrano nel mondo del design siano mossi da motivi speculativi. Insomma, se un Fondo acquisisce una delle fabbriche storiche del design, per poi rivenderla in due anni, lo fa per guadagnarci o per mettersi un prezioso “anello al dito”.

Si parla tanto di nuovo artigiano. Pensi che possa avere a che fare con il design?

L’industria nasce dall’artigianato e il design nasce dall’industria quindi il design nasce dall’artigianato. Questo legame è innegabile. Oggi sento parlare di “nuovo artigianato”. I più attenti non si sono mai dimenticati dell’artigianato e dargli una sfumatura di “nuovo” mi sembra solo un modo per renderlo ancora “di moda”. In un momento storico in cui l’industria vive una crisi profonda, la possibilità di avviare i progetti di design a una filiera produttiva handmade è una possibile soluzione. Prima di tutto bisogna ricordare che nell’industria italiana l’artigianato ha sempre avuto un ruolo cruciale: si pensi alla filiera del mobile dove la maggior parte dei prodotti ha una componente produttiva manuale fortissima. Si può quindi dire che l’industria italiana non è mai stata veramente industriale, ma sempre semi-industriale. Oggi, a valle degli scritti di Sennet, si producono in modo artigianale oggetti concepiti per i processi industriali. Anche questo mi pare una “questione di lana caprina”. Chi saprebbe dividere con una linea netta l’artigianato dall’artigianato di design?

About the author(s):

Architect MsD and PhD in Industrial Design, Marinella Ferrara is a senior researcher of Politecnico di Milano (Design Department) and an assistant professor at the Design School of the same institution. Her research are directed to the relationship between design and technological innovation. She is the author of several books and essays that link micro‐stories to the macrostructures for rethinking of the relationship between design and materials as a dynamics of the socio-technical innovation process.She is investigating in order to define the strategic role of design as driver for innovation trought interdisciplinary process. She has opened a personal focus on Mediterranean Design considered as emblematic expression of the contemporary geo‐political complessity. Other topics are: self-production design, relationship between design and crafts, the women’s Design in the mediterranean countries.

marinellaferrara@gmail.com

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