Interview with Francisco Gomez Paz

Marinella Ferrara: Rispetto al passato, al design degli anni ‘60, cosa è cambiato nella professione del giovane designer del 3° millennio?  Pensi che l’attuale processo di delocalizzazione delle produzioni e la globalizzazione dei mercati possano minare le tradizionali forme di rapporto tra design e industria? Come?  

Francisco Gomez Paz: Mi ritengo fortunato a collaborare con aziende italiane design oriented la cui struttura aziendale permette ancora un stretto rapporto con la direzione, che permette sia il confronto sia la condivisione dei rischi. Nel mio quotidiano, lavoro in contatto diretto anche con i fornitori dell’azienda messi a disposizione del processo progettuale. Questi artigiani, produttori terzisti o fornitori di tecnologie e di materiali rivestono una grande importanza nello sviluppo del progetto, perché dialogando e lavorando con loro si trova spesso la perfetta soluzione al problema produttivo. Come nel caso del tavolo Ovidio per l’azienda Danese. Lavorando con l’artigiano di Danese, esperto della tecnologia di piegatura delle lamiere, il progetto ha trovato il suo ottimale sviluppo. A partire dalla soluzione ipotizzata, grazie alla sua competenza, abbiamo messo a punto la soluzione della gamba e del suo innesto nel piano del tavolo, giungendo alla sintesi strutturale di un’idea grafica. Sfruttando le potenzialità della tecnologia abbiamo definito una struttura geometrica fortemente caratterizzata da spigoli e angolature che danno una visione cangiante dei profili del tavolo man mano che il punto di osservazione si sposta.

Però, oggi molto sta cambiando. La crisi economica mette in sofferenza le aziende e i loro terzisti. La delocalizzazione sta rompendo un circolo virtuoso che ha fatto la forza del design italiano, di cui l’artigiano-fornitore risulta essere l’anello più debole. Per noi designer, con la delocalizzazione viene a mancare il rapporto con la “matericità” delle cose. Di conseguenza dobbiamo attrezzarsi per recuperare questo elemento necessario al nostro lavoro. E’ sempre importante verificare il progetto con un modello e un prototipo. Ricordo che quando progettavo Omero, un curioso portariviste prodotto da Driade, per controllare la forma e la rispondenza alla funzione (i giornali si incastrano tra gli anelli che lo compongono) ho realizzato un primo prototipo in legno con un tornio. Adesso mi sono meglio attrezzato dotando il mio studio di un piccolo laboratorio dove io e i miei collaboratori realizziamo i modelli per verificare le soluzioni tecniche e formali.

Quali i cambiamenti introdotti nella professione legati alle nuove tecnologie del digitale, del fast making e rapid prototyping?

Oggi, per un designer avere a disposizione gli strumenti del rapid prototyping è indispensabile. Per quanto mi riguarda, ho dotato il mio laboratorio, oltre che degli attrezzi più comuni, anche di una stampante 3D e di un framework open source Arduino, rendendolo adeguato per realizzare i modelli di studio o i prototipi di alcuni dettagli che sono importanti per lo sviluppo dei progetti. Spesso racconto come durante lo sviluppo di Hope, il sistema di lampade nato dalla reinterpretazione del lampadario di cristallo di Boemia che ho progettato con Paolo Rizzatto per Luceplan, è stato importante verificare la soluzione delle lenti che, disposte intorno alla fonte luminosa, rifrangono la luce. L’azienda aveva realizzato un prototipo che funzionava ma non mi convinceva del tutto. Il weekend precedente al definitivo accordo per la messa in produzione delle componenti di Hope, nel mio laboratorio, ho realizzato un prototipo della lente che ha cambiato il progetto originario, migliorando notevolmente il design della Hope. Il prototipo realizzato utilizzando una fresa a controllo numerico era capace di restituire l’idea formale e visiva di una lamina di “metacristallo” ultra sottile, leggera, trasparente, lucida e microprismata nella faccia interna, capace di catturare e di rifrangere la luce, riproponendo tutte le qualità ottiche dei pregiati e spessi cristalli. Il lunedì successivo, grazie al modello fisico del particolare da me realizzato, è stato facile per l’azienda comprendere il mio intento e cambiare idea sulla tecnologia produttiva da adottare per la produzione. Anche il primo prototipo dell’elemento base del sistema luminoso Sinapse è stato realizzato nel mio laboratorio.

La vera rivoluzione è oggi la facilità con cui si possono reperire le informazioni e acquisire conoscenze. Per fare un esempio: abbiamo acquistato una stampante 3D per lo studio e poi su Internet abbiamo trovato un video con le istruzioni per modificarne alcune funzionalità. Abbiamo appreso velocemente e modificato la stampante ad hoc per i nostri interessi. La facilità di accesso alle informazioni è molto importante.

Quando vivevo in Argentina, Internet non era ancora molto diffuso. In un luogo recondito dove il design era un’attività poco diffusa, per me era facile soffrire della mancanza di informazioni.

Credi ancora nel ruolo dell’industria?  

Si, ci credo fortemente. Anche se oggi questo ruolo è messo a dura prova. In questo periodo di incertezza e di crisi economica molte aziende hanno timore di investire.  

Vi sono dei cambiamenti nelle richieste aziendali di design? Ci sono maggiori responsabilità per il designer?  

Il designer ha sempre avuto grandi responsabilità nei confronti dell’industria con cui collabora e nei confronti dell’essere umano. Preferisco usare questo termine piuttosto che “consumatore” o “mercato”. Perché, a mio parere, il designer capisce poco del mercato ma capisce bene l’essere umano, i suoi bisogni primari e secondari, la relazione che si instaura con gli oggetti per assolvere alle sue funzioni.

Però, in passato c’erano più margini per gli errori. Oggi siamo di fronte da un sistema generale che sta collassando.  Le aziende, almeno quelle con cui collaboro, mettono in produzione un numero minore di prodotti e richiedono più “spessore”. Bisogna essere più consapevoli di quello che si fa, di dove si vuole andare. I designer e le aziende, come parti della società, condividono grandi responsabilità: quella responsabilità che serve per portare la propria specie un po’ più in là, verso nuove strade che si aprono.

Una delle occasioni di progetto che ha fatto maggiormente emergere la consapevolezza nei confronti del genere umano è stato la Solar Bottle progettata con Alberto Meda. Questo progetto di contenitore a basso costo, capace di disinfettare l’acqua per le popolazioni che potrebbero essere esposte al consumo di acqua contaminata, mi ha posto di fronte ai bisogni primari dell’umanità. Eppure, ancora oggi dopo avere fatto importanti passi avanti, risolta la maggior parte degli aspetti tecnici e sviluppate delle buone idee per il modello di business, il progetto non ha trovato una possibilità di produzione.

Cosa pensi delle varie forme di autoproduzione oggi praticate?  Credi nella possibilità di gestione autonoma (da parte dei designer) di parti o dell’intero processo di progettazione-produzione-distribuzione-vendita? Credi che le pratiche di autoproduzione possano portare a uno sviluppo economico almeno locale?

Credo nella possibilità per il designer di gestire alcune parti del processo. Questo può avvenire per piccole produzioni. Progettare e realizzare o far realizzare piccole produzioni, è un’attività gestibile per un designer, rientra nelle sue competenze. La vendita non lo è altrettanto. Eppure riuscire a vendere 3 o 4 pezzi non è poi così difficile se sfrutti contatti con venditori, vai alle fiere o su Internet. Molti colleghi si stanno domandando se provare questa strada. L’autoproduzione può essere una grande rivoluzione, un quick start per i giovani designer che vogliono entrare nel mondo del lavoro.

Il concetto dell’autoproduzione diventa interessante lungo la riflessione sulla personalizzazione del prodotto o sul ritorno all’artigianalità produttiva di certe tipologie di prodotti, per aziende che si pongono in maniera complementare al ruolo dell’industria. Ma la distribuzione è un mondo molto lontano dal designer. É l’anello mancante in questa nuova visione del sistema di auto-produzioni. Quando la distribuzione si accorgerà di questa opportunità si configureranno nuovi scenari che metteranno in difficoltà tante piccole aziende.

Cosa pensi dell’attuale penetrazione nelle aziende del settore da parte del capitale finanziario, con nuovo ruolo del management?  

La penetrazione di capitali finanziari può essere molto rischiosa per il design italiano, che si è costruito come rapporto tra le persone, come dialogo; che non ha mai fondato le sue logiche sul business plan, sulla rigida gestione di tempo e risorse; che non ha mai fatto troppo riferimento al marketing e ha invece lavorato sulle idee (spesso anche sulle illusioni). Dipenderà da quanto il venture capital vorrà entrare nella direzione del design.

Si parla tanto di nuovo artigiano. Pensi che possa avere a che fare con il design?

Gran parte della bellezza dell’Italia dipende dall’artigianato, un mondo fatto di gente che non dorme perché vuole fare “meglio”, da quelli che lavorano con le mani a quelli che investono in una macchina o lavorano con i circuiti. Parte del mio lavoro è come quello dell’artigiano che lavora con le mani e con la mente. Ma anche con le tecnologie, come nel caso della mia lampada Nothing, un prodotto d’artigianato che usa nuove tecnologie. È strano che in Italia non ci sia una politica di stato che agevoli il rafforzamento del lavoro artigiano tramite l’innovazione tecnologica. È un vero peccato perché, per le ragioni che ho detto prima, in pochi anni molto dell’artigianato andrà perso.

www.gomezpaz.com

About the author(s):

Architect MsD and PhD in Industrial Design, Marinella Ferrara is a senior researcher of Politecnico di Milano (Design Department) and an assistant professor at the Design School of the same institution. Her research are directed to the relationship between design and technological innovation. She is the author of several books and essays that link micro‐stories to the macrostructures for rethinking of the relationship between design and materials as a dynamics of the socio-technical innovation process.She is investigating in order to define the strategic role of design as driver for innovation trought interdisciplinary process. She has opened a personal focus on Mediterranean Design considered as emblematic expression of the contemporary geo‐political complessity. Other topics are: self-production design, relationship between design and crafts, the women’s Design in the mediterranean countries.

marinellaferrara@gmail.com

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