Interview with Denis Santachiara

Paola Proverbio: Nel 1985 la mostra “La Neomerce. Il design dell’invenzione e dell’estasi artificiale”, che avevi ideato e che aveva trovato l’appoggio di “Progetto Cultura” della Montedison, era risultata paradigmatica perché indicavi già chiaramente la strada per un design orientato verso le “soft” tecnologie elettroniche e informatiche, di cui individuavi gli aspetti sensoriali oltre che poetici. A distanza di molti anni, in quale direzione vedi il futuro del design?

Denis Santachiara: Nel design è importante che ci sia un forte stimolo, un contesto nuovo che avanza dovuto alle innovazioni – com’era stato negli anni Sessanta con le materie plastiche – perché il design è un modo di esprimersi che non è autarchico, come invece lo sono le altre arti. Il design è un sistema complesso. Ancora oggi, continuo a credere che il futuro del design sia legato alla tecnologia. Il limite però è dato dal fatto che quando usa la tecnologia il design tende a pensare soprattutto ai materiali, non valutandone invece il potenziale dal punto di vista del processo produttivo; processo che, al contrario, costituisce la vera leva del cambiamento, con ricadute significative non tanto sulla configurazione formale quanto su quella culturale delle merci.

Ad esempio, già dal 1986, in occasione della redazione del libro di Ezio Manzini La materia dell’invenzione (1986), cui collaborai insieme anche ad Alberto Meda, avevo iniziato a riflettere sulla questione della serialità differenziata. Già da tempo quindi ho ravvisato nella rete il contesto che apre reali possibilità di sviluppo per il design. Da tale convinzione, sono arrivato a dare vita, con Tiziana Cippelleti e Paolo Trezzi, nel settembre del 2004,  all’iniziativa Monastero Santachiara.

In cosa consiste?

L’idea aveva lo scopo di promuovere il rapid manufacturing nelle aziende non più evolute, con una serie di proposte. Avevo anche pensato ad un progetto per una mostra da allestire alla Triennale di Milano, come già feci per “La Neomerce”. Avevo chiarito questa mia idea, legata alla cosiddetta Personal Factory, anche attraverso un articolo (Tessa, R., 2005). Ero comunque troppo in anticipo sui tempi e l’iniziativa non ha avuto una seguito. Ancora oggi la rete è vista, infatti, dalle aziende quasi esclusivamente ai fini della comunicazione, per promuoversi dal punto di vista dell’immagine, mentre non viene usata quale strumento significativo di lavoro, così come già fanno molti progettisti, soprattutto i più giovani che stanno emergendo. Questo significa che il mondo del progetto non ha ancora stabilito un’effettiva connessione con il mondo della rete. A mio avviso, quando si “agganceranno” ne potrà scaturire un contesto da cui il design trarrà nuovi spunti per rinnovarsi. Ma per ora questo incontro è ancora acerbo.

Attraverso la mostra “Principia. Stanze e sostanze delle arti prossime”, che hai organizzato a Milano in occasione del Fuorisalone del 2011, hai riportato tuttavia all’attenzione questa significativa modalità del fare design di cui si parla almeno da dieci anni.

Sì. Con quella che per me è stata una seconda mostra-manifesto, che ho inteso come mostra post-mediatica, ho voluto identificare un altro ponte per il futuro del design, tanto è vero che ho scelto diversi principia che governano i territori disciplinari legati alla tecnologia, lanciando così un interrogativo ai progettisti per capire in quale direzione debba orientarsi il design. Sono quindi tornato a ribadire il senso e la portata della Personal Factory, perché attraverso quest’ultima il design può esprime inediti mood linguistici/poetici e contemporaneamente il rapid manufacturing consente di produrre un pezzo per produrne mille al medesimo costo unitario, che significa inoltre raggiungere l’obbiettivo della personalizzazione di massa.

Personalizzazione di massa ma in certi casi anche autoproduzione. Come tu hai già rilevato, si potrebbe arrivare alla completa autarchia delle merci, basandosi sulla modalità open source. Dal 2007 hai installato una stampante 3D nel tuo laboratorio, cominciando a realizzare modelli. Puoi raccontarci delle tue dirette esperienze di produzione e più in generale delle tue esperienze di utilizzo di queste modalità di progetto che sono una realtà che va crescendo?

In effetti, mi muovo in diverse direzioni, sfruttando tutte le opportunità di questo nuovo contesto: dal Design Open Search, al Co-design, dall’Open design, al Design On Demand post-seriale.

Con il design open-search nel 2010 ho pensato a un accessorio per motocicli che contiene il navigatore, il telepass e l’alimentatore. L’ho ideato per la mia moto ma, una volta reso disponibile in rete il progetto, il byker/cliente può scaricare la matematica dal sito e stamparlo in ABS al service più vicino, con stampanti 3D. Attraverso un semplice software parametrico, si può anche intervenire sulla matematica e customizzare l’attacco dell’oggetto alla propria moto, scooter, bicicletta, ecc., oltre che personalizzarlo esteticamente inserendo parole e icone.

Lo stesso vale per un tipo di occhiali che ho disegnato, in cui, oltre alla personalizzazione delle dimensioni della montatura, ho cercato di semplificare l’assemblaggio delle astine perché il tutto fosse compatibile con questo sistema di produzione.

L’aspetto interessante di questo sistema è che si stampano oggetti immediatamente utilizzabili, non solo modelli: di recente ho stampato una maniglia direttamente in metallo.

Nel caso del co-design, co-creation, ho progettato un sistema di scaffali modulabili sulla parete secondo le esigenze e il gusto del cliente. Il progetto è stato scelto da Quirky (www.quirky.com), una piattaforma online di New York, che produce e vende oggetti di uso quotidiano.

Attraverso la comunità del sito, progettisti, consumatori e partner commerciali consigliano e votano, suggerendo variazioni al progetto, dai colori al prezzo. Dopo questo premarketing, Quirky decide se produrlo e venderlo online dal suo sito e attraverso i suoi partner commerciali, come Amazon, Apple, ecc.

Per l’open design ho collaborato, invece, con Campeggi per la realizzazione di “Santapouf PRO” (2010), un pouf morbido, colorato e personalizzato, che contiene un letto d’emergenza gonfiabile. Mi sono ispirato alle sculture a “profilo continuo” di Giuseppe Bertelli (1900-1974) che, in regime dittatoriale, pensava a una testa per tutti; invece noi, in una società democratica aperta e tecnologica/liquida/connessa, pensiamo ognuno con la propria testa. L’idea è di utilizzare le tecnologie CNC (Computer Numerical Control) per il taglio del poliuretano. Per ora il pouf ha il mio profilo, ma può avere quello di ogni cliente. Basta inviare il proprio profilo all’azienda attraverso smartphone, email, ecc. L’intento è di proporre un’idea di design basato sulla personalizzazione ma a costi industriali standard.

Ulteriore possibilità che ho sperimentato è quella del design on demand. Di recente mi è stato chiesto di disegnare un’urna funeraria (da sempre gli architetti disegnano le tombe di famiglia, i designer invece le urne funerarie di famiglia personalizzate).

Con la mia proposta, è sufficiente inviare alcune foto, sempre via smartphone o email, ecc., per averne una con la propria faccia. La prima urna si connota per una forma base sulla quale si inserisce il viso del “cliente”. La seconda è un cilindro trasparente che contiene tanti piccoli contenitori da distribuire a parenti e amici. Un tema forte, che sicuramente non lascia indifferenti, ma che riguarda tutti quanti.

Paola Proverbio, Politecnico di Milano – paola.proverbio@polimi.it

La presente intervista è nata dal dialogo con Denis Santachiara in occasione della ricerca pubblicata: Proverbio, P. (2012). Denis Santachiara. In Pagliardini, V. (ED), I Protagonisti del Design. Milano, IT: Hachette

www.hachette-fascicoli.it

 References

Manzini, E. (1986). La materia dell’invenzione. Milano, IT: Arcadia.

Tessa, R. (2005, April, 13). Nuove tecnologie, una seconda rivoluzione per il design. La Repubblica.

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