Interview with Cheryl Buckley

  1. Marinella Ferrara:Quale è stato, secondo lei, il contributo dei Gender Studies alla storia, alla critica e alla prassi del design?
    Cheryl Buckley: Penso che il contributo dei Gender Studies allo studio della storia, alla critica e alla pratica del design sia stato profondo. A partire dai primi anni ‘80, i Gender Studies hanno influenzato il pensiero degli storici, dei professionisti e dei teorici che hanno sviluppato le idee che erano emerse dai vari contesti accademici: arte e storia del design, filosofia, in particolare post-strutturalista, e storia.
  2. Qual è la situazione dei Design Gender Studies oggi e su quali temi di ricerca lei sta lavorando?
    È oggi impensabile che coloro che lavorano nell’ambito della storia, della teoria e della pratica del design non tengano conto della questione del genere. Dal 1980 in poi sono stati realizzati molti studi in numerosi settori disciplinari, ovviamente nel design, nell’arte, nell’architettura, ma anche nel campo degli studi più ad ampio respiro sulle identità sociali, in particolare sulle sessualità, le razze e ultimamente le generazioni. Gli studiosi di questi argomenti provengono da molte discipline e penso che uno dei vantaggi del design sia l’essere un campo di studi molto permeabile agli influssi provenienti da altre discipline. Con questo intendo dire che negli ultimi trenta anni il design ha avuto il merito di elaborare idee, metodi e approcci provenienti da altri ambiti come la storia, la geografia, la politica, la linguistica, la psicologia, ecc.
    Riguardo al mio lavoro, attualmente sto scrivendo, con Hazel Clark della Parsons School of Design di New York, un libro su “Moda e vita quotidiana del XX secolo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America”. Il libro sarà pubblicato dall’editore Berg nel 2013-14. Questo progetto rappresenta la prima indagine sulla moda nella vita quotidiana incentrata sulle due città della moda più importanti al mondo: Londra e New York. In genere la moda è stata studiata come una “eccezione” che pone l’accento sull’innovazione stilistica, il cambiamento perpetuo e le culture giovanili distintive, piuttosto che un aspetto normale della vita, della cultura visiva e materiale. Questo progetto mira invece a rovesciare le opinioni dominanti considerando la moda una manifestazione della routine quotidiana che dura nel tempo. Il progetto esamina i modi in cui l’uso quotidiano, l’appropriazione, la diffusione, il re-making e la regolare ri-modellazione di abiti alla moda da parte di diversi gruppi sociali, possono essere anti-moderni e non-progressivi, esempio di continuità e tradizione, possono rispondere a complessità regionali e nazionali oltre che globali, ed essere disgreganti rispetto alle strutture e ai sistemi della moda, nonché ai suoi codici visivi e alle abitudini di consumo. Mentre rimane un interesse preminente sulla “sintassi” della moda dei giovani, la novità del “look” e il diffondersi dell’ultimo stile, sia esso riciclato, di seconda mano, revivalista o nuovo, questa ricerca indaga la vasta fascia di coloro che vestono alla moda al di fuori di queste categorie. Questa modo di intendere la moda tiene in conto le pratiche comuni e ordinarie di indossare oggetti presi dal proprio guardaroba in modo abitudinario. La ricerca mira a definire un nuovo quadro teorico e storiografico per questo argomento, che si muove al di là della tesi dominante sui rapporti della moda con la modernità.
  3. Nei paesi anglosassoni l’attenzione ai Gender Studies è stata molto maggiore di quanto sia avvenuto In Italia e nei paesi dell’Europa del sud, soprattutto nell’ambito del design. Perché, secondo lei?
    Non ho una chiara opinione sul motivo per cui questo sia accaduto, particolarmente nel caso dell’Italia nonostante il suo forte impegno nella disciplina del design. La natura secolare dei paesi anglo-sassoni è probabilmente un fattore che spiega il perché del maggiore sviluppo dei Gender Studies, come lo sono le circostanze specifiche della sua storia e della sua politica. Italia, Grecia e Spagna, per esempio, hanno avuto prevalentemente dei regimi politici di destra prima o nel dopoguerra; si potrebbe argomentare che per tali motivi le idee di giustizia sociale – come quelle che stanno all’interno del discorso del femminismo – non abbiano avuto la stessa diffusione in questi contesti?
  4. Pensa sia possibile e utile oggi avviare una riflessione sulle relazioni tra culture nazionali e gender per quanto riguarda il design, in particolare nei paesi dell’area mediterranea, realtà molto diverse tra loro?
    Sì, penso che la consapevolezza e la sensibilità per le culture nazionali sia molto importante soprattutto alla luce della domanda precedente. La mia opinione è che una comprensione ravvicinata dei particolari contesti storici, politici e sociali delle culture nazionali sia vitale. Tuttavia l’articolazione e la definizione delle culture nazionali è una sfida in una realtà post-imperiale, post-coloniale in cui le identità nazionali sono complesse ed eterogenee.
  5. PAD si è impegnato a mappare il lavoro delle donne designer e imprenditrici di design nei paesi dell’area mediterranea. Al riguardo, quale consiglio puoi darci?
    Penso che comprendere che cosa è stato fatto nelle diverse parti del mondo sia un passo molto utile. Molto utile sarà anche considerare: in primo luogo, se questa comprensione potrà dare nuovi elementi di stimolo agli obiettivi di PAD; in secondo luogo comprendere se quanto è stato fatto in altre parti del mondo è diverso o simile alle esperienze maturate nei paesi del Mediterraneo; in terzo luogo sviluppare un piano d’azione che prenda spunto da questo…. Il mio consiglio è anche di estendere il vostro impegno allargandolo alle consumatrici e agli utenti del design la vostra mappatura.
  6. Cheryl Buckley è una storica del design con un interesse per la storia delle cose di tutti i giorni (moda, architettura, interni domestici e ceramiche). Dal 2006 è stata Visiting Professor di storia del design alla Parsons, The New School for Design/Cooper-Hewitt, National Design Museum di New York. Nel 2007 le è stato assegnata una cattedra in storia del design alla Northumbria University e dal 2011 è membro del comitato editoriale del Journal of Design History.
    La sua ricerca si è distinta nella storia del design del XX secolo in Gran Bretagna. Tra i suoi libri più importanti: Designing Modern Britain (Reaktion, 2007), Fashioning the Feminine, Representation and Women’s Fashion from the fin de siècle to the present day (I.B.Tauris, 2002) e Potters and Paintresses. Women Designers in the British Pottery Industry 1870-1959 (The Women’s Press, 1991).
    Cheryl Buckley ha mostrato un particolare interesse per la storia del design e il discorso di genere con due saggi che hanno contribuito in modo significativo a questo particolare dibattito: “Made in Patriarchy: Theories of Women and Design, A Re-Working”, in Design and Feminism: Re-Visioning Spaces, Places and Everyday Things (ed. Joan Rothschild, USA: Rutgers University Press, 1999) e “Made in Patriarchy: Towards a feminist analysis of women and design”, in Design Issues, Vol. III, N. 2, Fall 1986, pp.1-31.
    Per molto tempo ha condotto delle ricerche sulla storia della ceramica e il ruolo dei progettisti emigrati in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America. Su questo argomento è incentrata l’introduzione e la curatela, insieme a Tobias Hochscherf, del numero speciale di prossima uscita, ‘Transnationalism and Visual Culture in Britain: Émigrés and Migrants 1933 to 1956’,  Visual Culture in Britain, vol.13, n.3, 2012, e il capitolo del libro ‘Authenticity, tradition and modernity: Marguerite Wildenhain and Ruth Duckworth, women émigré studio potters, 1936-1964’, in Entfernt: Frauen des Bauhauses während der NS-Zeit – Verfolgung und Exil, Women in Exile, volume 5, eds. Adriane Feustel, Inge Hansen-Schaberg, Wolfgang Thöner, text+kritik, Richard Boorberg +Verlag GmbH & Co KG, Munich, 2012). Questo studio è iniziato con la sua ricerca post-laurea per una tesi di Master of Letters, sul tema delle aziende inglesi di mobili e sulla pratica architettonica (Isokon, catalogo della mostra, 1980), ed è continuato con la ricerca per un dottorato sulle donne nel settore della ceramica britannica. Ciò l’ha portato a varie pubblicazioni, in particolare Potters and Paintresses, e vari articoli e capitoli di libri come “Women and Modernism: A Case Study of Grete Marks (1899-1990)” in Women Designing. Redefining Design in Britain between the Wars, eds. Jill Seddon and Suzette Worden, Brighton, 1994 e “Quietly Fine, Quietly Subversive: Women Ceramics Designers in Twentieth-century America”, Women Designers in the USA 1900-2000 Diversity and Difference, ed. Pat Kirkham, USA: Yale University Press, 2000).

    About the author(s):

    Architect MsD and PhD in Industrial Design, Marinella Ferrara is a senior researcher of Politecnico di Milano (Design Department) and an assistant professor at the Design School of the same institution. Her research are directed to the relationship between design and technological innovation. She is the author of several books and essays that link micro‐stories to the macrostructures for rethinking of the relationship between design and materials as a dynamics of the socio-technical innovation process.She is investigating in order to define the strategic role of design as driver for innovation trought interdisciplinary process. She has opened a personal focus on Mediterranean Design considered as emblematic expression of the contemporary geo‐political complessity. Other topics are: self-production design, relationship between design and crafts, the women’s Design in the mediterranean countries.

    marinellaferrara@gmail.com

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