Entrez Lentement

 
 
Entrez Lentement ovvero “Entrate lentamente”, non è semplicemente la scritta posta da Le Corbusier all’ingresso della Maison en bord de mer di Eileen Gray a Roquebrune sulla costa Azzurra – la prima villa esposta – ma anche e soprattutto un invito a visitare la mostra con particolare riguardo e una certa predisposizione d’animo.
 
Maison en bord de mer (1926 –1929) di E. Gray, installazione di K. Kuma
Villa Mairea (Noormarkku, 1938-39) di A. Aalto, installazione di S. Holl
Casa Barragàn (Città del Messico, 1947-48) di L. Barragàn, installazione di J. N. BaldewegCasa ad Arzachena (Sardegna 1962-64) di M. Zanuso, installazione di P. L. Cerri
 
L’esposizione presenta otto ville di maestri dell’architettura moderna, ognuna in una stanza in cui dialogano “la storia” della “casa d’autore”, restituita da immagini d’epoca, filmati, plastici, testi critici e descrittivi, e l’interpretazione della stessa fatte da otto architetti contemporanei.
Si tratta della Maison en bord de mer (1926 –1929) di Eileen Gray, con installazione di Kengo Kuma; di Le Cabanon à Cap Martin (1952) di Le Corbusier, commentata da Pier Luigi Nicolin; dell’Upper Lawn Pavilion a Fonthill (1958-62) di Alison e Peter Smithson, affiancata da un intervento di Tony Fretton; della Kings Road House (West Hollywood, 1922) di Rudolf M. Schindler, con interpretazione di Michael Maltzan; di Casa Barragàn (Città del Messico, 1947-48) di Luis Barragàn, con installazione di Juan Navarro Baldeweg; di Casas das Canoas (Rio de Janeiro, 1950-53) di Oscar Niemeyer, commentata da Alvaro Siza Vieira; della Casa ad Arzachena (Sardegna 1962-64), con lettura critica di Pier Luigi Cerri; di Villa Marea (Noormarkku, 1938-39) di Alvar Aalto, con installazione di Steven Holl.
È una mostra in cui l’architettura diventa soggetto narrante di storia e di storie, dove le otto ville, e le rispettive interpretazioni, diventano il pretesto per suggerire riflessioni circa il passato e il futuro dell’abitare.
Abbiamo chiesto un commento a Paolo Rizzatto e a Vanni Pasca:
 
Paolo Rizzatto
Quello che mi ha realmente emozionato quest’anno al Salone è stata la mostra “Entrez Lentement” organizzata nell’ex spazio industriale di via Stendhal; da sottolineare sia l’allestimento che riutilizza, mette in scena ed esalta uno spazio particolare, quello dei capannoni dismessi, ricco di suggestioni e di rimandi al passato; sia la mostra in sé che invita i visitatori, attraverso il fitto intreccio tra l’architettura, il design e la vita, a porsi la domanda essenziale di come realmente si debba abitare. Una mostra insomma che fa vedere quello che sarebbe dovuto essere realmente il design oggi, anziché la solita fiera della vanità e della moda.
Mi è piaciuta in particolar modo la stanza con la casa di Eileen Gray e la rispettiva installazione di Kengo Kuma.
 
Vanni Pasca
La mostra “Entrez Lentement” è secondo me molto interessante per diversi aspetti:
 
– Dimostra come stia crescendo la qualità delle iniziative culturali che si sviluppano durante il salone, e ciò sembra testimoniare una nuova esigenza di riflessione.
 
– Appare molto felice la proposta di riflettere su alcune fra le esperienze progettuali più alte del XX secolo –ville costruite da otto maestri per sé o per amici strettissimi, libere dunque da ingombranti committenze o da vincoli progettuali – in un momento come quello contemporaneo, in cui sembrano prevalere i processi di spettacolarizzazione dell’architettura e sembra scomparso il tema stesso dell’abitare.
 
– Molto appropriata anche la scelta del luogo della mostra: archeologia industriale rivisitata e riattualizzata da Cerri. Questo è solo uno degli esempi di come Milano stia superando, attraverso una serie di processi di trasformazione, la crisi dell’industria e della città industriale. Lo spazio di via Sthendhal diventerà presto una galleria espositiva e il laboratorio di Arnoldo Pomodoro, trasformandosi in una cittadella artistica, una sorta di nuova Tate.
 
– Ogni installazione presentava un’architettura storica e la rispettiva interpretazione di un progettista contemporaneo. Operazione ben riuscita in molti casi, meno felice in altri, come normalmente avviene.
 
Tra le più interessanti, secondo me, la casa di Marco Zanuso ad Arzachena, dei primi anni ’60, un personaggio da tempo poco letto come architetto, a favore del suo lavoro di design. La villa, che combina sapientemente il sapore geometrico con la ruvida bellezza dei materiali locali, è stata felicemente interpretata da Cerri con un’installazione sul pavimento, sorta di grande scacchiera in cui sono disposti, uno per ogni settore, i differenti materiali della villa e del paesaggio mediterraneo: acqua di mare, mirto, sabbia e rocce. È divertente il fatto che nell’acqua di mare alcuni visitatori abbiano gettato monetine: forse un augurio per le sorti dell’architettura.

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