From Drop City to the African hackerspace

Abstract: L’attualità dell’approccio “ad-hoc”, esaltato dalla controcultura americana degli anni sessanta, è testimoniano dai numerosi eventi dedicati recentemente al tema. Se l’adhocrazia è l’opposto delle rigide organizzazioni gerarchiche e burocratiche, l’adhocismo è l'arte dell’improvvisazione, del saper trovare soluzioni rapide in situazioni critiche, atteggiamento tipico degli stili di vita dei Sud del mondo, dove le pratiche del Do It Yourself sono un necessario esercizio quotidiano, che oggi si arricchisce di una variabile decisiva, costituita dalla democratizzazione delle tecnologie informatiche e dalle reti di relazione. Così l’onda lunga delle community of makers è arrivata anche in Africa, dando vita a qualcosa di radicalmente nuovo.

Adhocismi

Nei momenti di crisi sociale, di rottura epistemologica, quando si profilano dei cambi di paradigma, riappare la parola “adhocracy”.

Il termine comparve per la prima volta nel libro The Temporary Society, dove Warren Bennis e Philip Slater (1968) segnalarono questo modello organizzativo nascente, di tipo organico, non burocratico, a rete e privo di struttura gerarchica, flessibile e reattivo, adatto a un nuovo tipo d’impresa e permeato da una creatività spontanea, in antitesi ai principi classici del management e della grande impresa tradizionale.

Successivamente Alvin Toffler invitò le istituzioni americane a intraprendere un passaggio complessivo verso l’adhocrazia (1970), altri studiosi, Henry Mintzberg (1979) e Robert Waterman (1990), hanno fatto riferimento a questo termine, ma è con Charles Jencks[1] che l’adhocismo, dalle teorie organizzative, si insinua nelle teorie e nelle pratiche progettuali.

Quando Jencks inizia ad elaborare le sue teorie è un trentenne immerso nello spirito della controcultura americana, influenzato dall’affascinante esperienza della leggendaria Drop City, una micro comunità hippy sorta nel 1965 in Colorado dai resti di una città mineraria abbandonata.

Jencks (1968; 1972) nel termine adhocismo, che inserirà tra le sei tendenze del post-modernismo, traduceva le abilità del “bricoleur”, già esaltate da Claude Levi-Strauss. L’adhocismo è l’arte dell’improvvisazione creativa e del fai-da-te, riscontrabile nelle tattiche di consumo hippie e nelle pratiche di riuso e di riciclo dei rifiuti. Per Jencks ogni edificio, come in una sorta di “collage buildings”, andava quindi assemblato secondo un ready-made armonico di parti prefabbricate “ad hoc” disponibili su catalogo.

Sempre nel 1968, Stewart Brand, coetaneo di Charles Jencks, durante le visite a Drop City concepì l’idea del The Whole Earth Catalog, che diventerà la bibbia della controcultura americana e più tardi della comunità hacker, avendo “in nuce” gli elementi essenziali della filosofia open source (co-progettazione da parte dei lettori, fitto scambio di opinioni e totale condivisione dei contenuti).

Steve Jobs, che all’epoca era un adolescente e affamato lettore della rivista di Brand, ha descritto il Whole Earth Catalog come il progenitore cartaceo di Google, e, nel famoso discorso tenuto all’università di Stanford nel 2005, incitando i giovani a pensare in maniera non convenzionale e senza condizionamenti, ha ricordato la frase di addio posta sul retro della copertina dell’ultima edizione del catalogo edita nell’ottobre del 1974: “Stay hungry, stay foolish”.

Invece, nella quarta di copertina del libro Adhocism: The case for improvisation, scritto da Charles Jencks e Nathan Silver nel 1972, si poteva leggere: “Adhocism is the art of living and doing things ad hoc–using materials at hand rather than waiting for the perfect moment or “proper” approach. As a principle of design it begins with everyday improvisations such as bottles for candle holders and tractor seats on wheels for dining chairs”[2], sulla copertina del libro campeggia infatti l’immagine della “Ad Hoc” chair, disegnata e prodotta nella sua casa di Cambridge da Nathan Silver, mettendo insieme componenti acquistati separatamente: tubi del gas, ruote di bicicletta e di sedia a rotelle e infine un sedile probabilmente prodotto dalla società Ferguson per il modello di trattore agricolo TE20.

Nulla di nuovo sotto il sole?

L’approccio che ha condotto Achille e Pier Giacomo Castiglioni alla realizzazione di Mezzadro, lo sgabello progettato nel 1957 utilizzando il sedile di un trattore agricolo fabbricato cinquant’anni prima, non è legato a battaglie ecologiste o comunitarie, questo sorprendente modo di fare design aveva invece un piede nelle esperienze delle avanguardie del Novecento (Surrealismo/Dadaismo/ReadyMade) e l’altro nell’arte di arrangiarsi in tempo di crisi, che raggiunse livelli di eccellenza creativa nell’Italia post bellica.

Toio, la lampada messa insieme dai fratelli Castiglioni, nel 1962 nel garage di casa, assemblando e modificando le funzioni di oggetti industriali in produzione, non avrebbe però avuto possibilità di nascere senza il consolidamento del processo di democratizzazione dell’energia elettrica, con il conseguente abbassamento dei costi, che permise di acquistare e manipolare parti separate di sistemi elettrici, e senza la possibilità di reperire velocemente sul mercato internazionale informazioni e componenti come lo speciale fanale d’automobile da 300 watt importato dagli Stati Uniti, che l’ha resa inconfondibile.

A distanza di mezzo secolo, una nuova dimensione progettuale è resa possibile dalla pervasività delle tecnologie informatiche e comunicative, l’idea stessa del designer come autore, la figura eroica che abbiamo fino ad oggi conosciuta, è messa in crisi dalle nuove piattaforme collaborative[3], nuovi codici estetici sono alle porte: “Design is on the move: it is migrating from the rigid domain of bureaucracy towards the rhizomatic realm of adhocracy.” scrive Josef Grima presentando la sua mostra “Adhocracy” all’Istanbul Design Biennial.

Charles Leadbeater (2004) nel suo We-Think parla di “tools” per “ProAm” (professional-amateurs), ma già Toffler (1980) parlava di “prosumer” e, ancor prima, James Joyce scherzava domandando: “I miei consumatori, non sono i miei produttori?”[4].

La nuova avanguardia

La variegata community of makers è l’avanguardia di questa nuova rivoluzione che unisce i duri hacktivist e i craftivists, appassionati delle nuove forme di DIY (Do It Yourself), connesse all’open hardware e al desktop manufacturing, ma anche backyard inventors (gli inventori da garage), artigiani low-tech, artisti e puristi della filosofia “ad hoc”, che tendono a distinguersi dai makers digitali, rifiutando la tecnologia di stampa 3d con materie prime, perché preclude la ginnastica mentale del bricoleur.

La massima espressione del design diventa adesso il processo, l’attivazione di sistemi aperti, di strumenti che mettono in condizione la società di auto-organizzarsi. Come Manuel Castells (2002) aveva già lucidamente esposto, è la forza dei sistemi a rete il modello produttivo del nostro tempo.

Se l’adhocrazia è l’opposto dei rigidi assetti gerarchici e burocratici e l’adhocismo è l’arte di vivere, di fare le cose “ad hoc”, delle improvvisazioni quotidiane[5], allora parliamo di uno stile di vita che è tipicamente latino, mediterraneo e di tutti i Sud del mondo, dove spesso le pratiche DIY non sono un mero esercizio amatoriale o espressione del rifiuto chic del sistema dominante, ma piuttosto pratiche di sopravvivenza in condizioni avverse, non una moda per geek borghesi, ma una necessità dovuta al sottosviluppo economico. In questo il significato di adhocismo si avvicina a quello di “resilience”, un altro termine sempre più in uso nel “design discourse”, che indica la capacità adattiva di un sistema, di una comunità (resiliente), di assorbire e reagire alle crisi ambientali, sociali, economiche, riorganizzandosi, a dispetto delle avversità, attivando e condividendo delle potenzialità creative latenti.

Gli hacktivist africani e la rivoluzione egiziana

Maker Faire Africa[6], organizzazione ospite della mostra “Adhocracy” di Josef Grima, ha per obiettivo la documentazione e l’organizzazione dei progetti DIY africani[7].

Da quattro anni i makers africani si riuniscono (la prima volta è stato in Ghana nel 2009) e da queste esperienze hanno avuto origine i primi hackerspace africani, comunità di pratica dove il termine Hacker è inteso come voglia di partecipare alla soluzione di problemi, luoghi dove persone si riuniscono per imparare a riutilizzare le cose, modificandole per adattarle alle proprie esigenze.

Il successo di partecipazione a questi eventi è il segnale che la cultura hacker, nata dai bisogni, desideri e immaginari dei paesi ricchi, non riguarda più soltanto la società nordamericana ed europea e il diffondersi in Africa degli hackerspace e degli Hub di co-creazione, nonostante l’ostruzionismo dei governi, le difficoltà economiche e tecnologiche, lo testimonia.

L’Egitto, che ha ospitato nel 2011 al Cairo la terza edizione di Make Faire Africa, è, tra i Paesi protagonisti della “primavera araba”, quello che sembra più pronto ad accogliere anche questa nuova rivoluzione industriale e culturale, è qui infatti che, nei primi mesi del 2012, è sorto il primo FabLab dell’intero Medio Oriente e del Nord Africa grazie all’iniziativa di cinque giovani egiziani tornati in Egitto: Dina El-Zanfaly, Hisham Khodier, Louay Farag, Ahmed Helal e Nahla Darwish.

FabLab Egypt[8], in sintonia con la missione del modello americano creato al MIT da Neil Gershenfeld, aspira a cambiare il sistema educativo locale, supportando un tipo di insegnamento più creativo e innovativo. Attrezzati con stampanti 3D, i laboratori del FabLab del Cairo hanno ospitato una fitta serie di incontri, workshop, concorsi e meeting come il Ramadan Mini Making Fest o il Glowing Designs workshop, per supportare i giovani nell’uso delle nuove tecnologie, ad esempio progettando e disegnando al computer una lampada da realizzare grazie al taglio al laser.

Computational design e produzione digitale sono temi di riferimento anche per ENCODE (Egyptian Node For Collaborative Design) Studio, associazione di giovani architetti, designer, neo-laureati e studenti della Faculty of Fine Arts dell’Università di Alessandria, che promuove da anni workshop e seminari in Egitto, Europa e Cina, collaborando con diverse università in Germania, Italia, Palestina, Cina e Gran Bretagna.

Lo Studio ENCODE è stato la scorsa estate uno dei protagonisti dell’interessante mostra “Design Is a Verb” curata da Mohamed El-Sheikh e inserita in un progetto, promosso da Bibliotheca Alexandrina – Arts Center e dal suo direttore ad interim Mohamed Khamis. In accordo con il tema “Preserving the Egyptian Cultural Heritage”, lo Studio ENCODE ha puntato a riattualizzare la preziosa eredità degli arabeschi islamici attraverso lo studio matematico di nuovi pattern, applicati a una vasta gamma di oggetti per la casa e l’ufficio.

Dalla collaborazione tra Eman Design, della designer Eman Banna, ed ENCODE Studio è nata invece una collezione di prototipi di gioielli che interpretano i motivi islamici attraverso le potenzialità offerte dalle tecniche di prototipazione digitale.

Interessante (molto adhocratico o, se si preferisce, adhocista) anche il lavoro di Manar Moursi che ha fondato al Cairo lo Studio Meem, con la volontà di promuovere l’idea di un Egitto eco-consapevole e di sviluppare partenariati tra designer e artigiani nativi in Egitto, per potenziare l’uso dei materiali locali e il lavoro artigianale delle piccole comunità.

Le “Gireed”, oggetti da sempre presenti in Egitto e usati per innumerevoli scopi, sono le cassette realizzate con la fibra delle tantissime palme presenti nel Paese, che determinano però un carico di rifiuti vegetali pari ad un milione di tonnellate annue. Da qui nasce l’idea di realizzare Palmcrate Off the Gireed, una collezione di lampade, tavoli e altri pezzi unici costruiti in fibra di palma da artigiani locali e basata sulla ri-contestualizzazione innovativa delle “Gireed”, per creare nuovi significati e usi, combinando prezzi bassi, supporto alla tradizione locale e rispetto per l’ambiente. Palmcrate Off the Gireed ha vinto il Red Dot Design Award e il Good Design Award 2011, inoltre Studio Meem è stato selezionato come uno dei 10 finalisti della Business Plan Competition MIT.

Evidentemente il terzo meeting Make Faire Africa tenutosi al Cairo ha lasciato degli strascichi, numerose le iniziative sorte nell’ultimo anno; sono nati spazi per il co-working (Rasheed22), incubatori d’impresa (Plugandplayegypt e Tahrir ²) e Hub internazionali, interdisciplinari e aperti. Icecairo[9] è stato fondato da Marton Kocsev, all’inizio del 2012, con l’obiettivo di dare vita a un polo di innovazione e un centro di formazione specializzato in tre settori: architettura sostenibile, energia e acqua. Icecairo[10] nasce per formare una comunità di giovani imprenditori orientati consapevolmente verso le tecnologie ambientali e in breve tempo ha raccolto l’adesione di numerosi esperti per l’organizzazione di seminari e corsi di formazione. Alcuni progetti già prendono corpo, un nuovo e più efficiente sistema di produzione di biogas è in fase di sviluppo, come anche il progetto di un sistema di ombreggiatura in carta per aumentare l’efficienza dei progetti di edilizia abitativa.

La voglia di innovazione in Egitto è testimoniata anche dal fatto che della decina di hackerspaces presenti nel continente africano due sono attivi nella capitale egiziana, il Cairo HackerSpace[11] e l’El-Minya Hacker space, un terzo è in via di apertura, l’Idea Hacker Space. “Abbiamo bisogno di hackerspaces più che altrove, perché sono perfetti per i Paesi con problemi economici” dice Tarek Ahmed[12], promotore di Cairo Hacker Space. Grazie al global network, alla collaborazione di hacktivist internazionali come Bilal Ghalib, Mitch Altman ed Emeka Okafor, che hanno avviato una campagna di fundraising su Kickstarter, e alle donazioni di alcune aziende, Cairo Hacker Space ha un laboratorio di stampa 3D fornito di una MakerBot e di una Egg-Bot, ha organizzato seminari di stampa su tessuto e workshop su schede Arduino fornite da un nuovo rivenditore locale di articoli elettronici. Ai frequentatori, inventori e artisti ma anche imprenditori, medici, insegnanti, bambini, portatori di idee informali e formali, di progetti low-tech e high-tech, viene comunque sempre chiesto, pragmaticamente, di concentrarsi sui problemi reali legati al contesto. La tecnologia è, e rimane, solo uno strumento, per espandere la conoscenza e per affrontare i problemi sociali.

Gianni Di Matteo, ABADIR – Accademia di Belle Arti (CT), Dipartimento di design e comunicazione visiva

Bibliografia

Bennis, W. G. & Slater, P. E. (1968). The Temporary Society. New York. Joanna Cotler Books.

Castells, M. (2002). La nascita della società in rete. Milano.Università Bocconi editore.

Pario Perra, D. (2010). Low Cost Design. Milano. Silvana Editoriale.

Leadbeater, C.& Miller, P. (2004). The Pro-Am Revolution. How enthusiasts are changing our economy and society. London. Demos.

http://www.demos.co.uk/publications/proameconomy/

Leadbeater, C. (2008).We-think: The Power of Mass Creativity. London. Profile Books Limited.

Mintzberg, H. (1979). The structuring of organizations: a synthesis of the research. Theory of management policy series. New York. Prentice-Hall.

Jencks, C. (1968). Criticism: Adhocism on the South Bank. Architectural Review, 144 (857), July, pp. 27-30. New York. Doubleday.

Jencks, C. & Silver. N. (1972). Adhocism: The case for improvisation. Architectural Design, 42 (10), October, pp. 604-7.

Jencks, C (1975). The Rise of Post Modern Architecture. In Architectural Association Quarterly, Vol. 7 No. 4 Oct/Dec, 3-9. London.

Toffler, A. (1970). Future Shock. New York: Random House. Trad. it. (1971). Lo choc del futuro. Milano. Rizzoli.

Toffler, A. (1980). The Third Wave. New York. Bantam. Trad. it. (1987). La terza ondata. Milano. Sperling & Kupfer.

Waterman, R. H., Jr (1990). Adhocracy: The Power to Change: How to Make Innovation a Way of Life. Knoxville, Tennessee. Whittle Direct Books

Footnotes    (↵ returns to text)
  1. The Rise of Post-Modern Architecture (saggio presentato a Eindhoven nel 1975).
  2. “Adhocism”, è il titolo della mostra curata da Tim Parsons e Jess Charlesworth, ospitata nel luglio del 2011 presso il Museum of Contemporary Art di Chicago, che rende omaggio al famoso libro di Charles Jencks e Nathan Silver (1972). Inoltre, nell’agosto del 2011 si è celebrato in Bethnal Green Road a Londra “Adhocracy”,un mini festival sulla cultura fai da te, sull’azione collettiva, la creatività e il “can-do spirit”. Tra talks e altri eventi era possibile ascoltare operatori di pace, editori indipendenti, rivenditori pop-up, esponenti delle comunità di giardinieri e cooperative sociali come quella dei Supermercato del Popolo.
  3. http://www.dezeen.com/2012/10/15/joseph-grima-on-open-design-at-istanbul-design-biennial/
  4. Citato in Dewdney, C. (Ed.) .Trad. it. Carbone (1996). M.Derrik de Kerckhove. La pelle della cultura: un’ind agine sulla nuova realtà elettronica. Genova. Costa & Nolan.
  5. Un recente corposo compendio è consultabile nel libro Low-cost Design di Daniele Pario Perra (2010).
  6. Maker Faire Africa è un progetto globale con collegamenti in tutto il mondo pensato da un’organizzazione internazionale fondata da un gruppo di imprenditori sociali e designer, Mark Grimes (Ned.com) Emeka Okafor (Africadget), Emer Beamer (Butterfly Works e Nairobits), Erik Hersman (Ushahidi e Afrigadget) e Henry Barnor (Ghana Think).
  7. http://www.digicult.it/digimag/issue-058/mark-grimes-maker-faire-africa-the-net-doing/
  8. https://www.facebook.com/fablab.egypt
  9. Gli ICE (Innovation – Collaboration – Entrepreneurship) promossi dalla Bauhaus University di Weimar e dalla Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ) sono una rete internazionale di centri di innovazione Greentech con sedi in Germania(icebauhaus), Egitto (icecairo) ed Etiopia (iceaddis).
  10. http://icecairo.com/
  11. https://www.facebook.com/CairoHackerSpace; http://cairohackerspace.blogspot.it/
  12. http://owni.eu/2011/10/19/africa-the-new-cradle-of-hacking/

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