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Maria Giuseppina Grasso Cannizzo. Architecture

Abstract: Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, siciliana nativa a Vittoria, nel settembre 2012, durante la Triennale di Milano, riceve la Medaglia d'Oro alla Carriera. Una vita nella Sicilia del carrubbo, al limite occidentale dell’area iblea dove i confini tra terre vengono segnati da bassi muri di pietra a secco. Cresciuta professionalmente nella Torino degli anni 80, accanto Mario Merz, Alighiero Boetti, Pierpaolo Calzolari e altri artisti tra i più innovativi della scena internazionale. Ricevere uno dei riconoscimenti più prestigiosi per la carriera di un architetto e pensare alla prossima opera da progettare

Nel settembre 2012, la Triennale di Milano ha conferito la Medaglia d’Oro alla Carriera a Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, riconoscimento prestigioso che nella stessa edizione è stato assegnato anche a Vittorio Gregotti e Gae Aulenti e nelle edizioni precedenti agli architetti Doriana e Massimiliano Fuksas, Renzo Piano, Paolo Ricatti e Umberto Riva.

Si tratta di un premio istituito, in collaborazione con il Ministero Beni Culturali e Madexpo, che con cadenza triennale “[…] intende promuovere e riflettere sulle nuove e più interessanti opere costruite nel paese e sui protagonisti che le hanno rese possibili – e in particolare – sull’architettura contemporanea come costruttrice di qualità ambientale e civile.” (1)

Si tratta dell’ultimo premio, in ordine di tempo, conferito a Giuseppina Grasso Cannizzo, che aveva già ricevuto sia in ambito nazionale che internazionale altri riconoscimenti: RIBA Awards/EU nella sezione commerciale nel 2005, menzione d’onore per l’European Architectural Award Plaster nel 2006, premio Vaccarini nel 2009 e ancora il Riba Awards EU nel 2012 per la realizzazione di una casa a Noto.

La produzione architettonica, che è oggetto di tanto interesse, assume una certa consistenza a partire dalla seconda metà degli anni ’80,  quando MGGC decide di tornare in Sicilia dove è nata e vissuta prima di lasciare l’isola per frequentare l’università a Roma. Si laurea nel 1974 e dopo un breve soggiorno a Torino, tra il 1980 e il 1986, dove ha modo di frequentare i principali protagonisti dell’arte contemporanea, tema che costituisce uno dei suoi principali interessi.

È la Sicilia il luogo in cui vengono realizzate le sue architetture. La condizione di marginalità geografica, in cui si è trovata a operare, forse ha ritardato ma non ha impedito che il suo lavoro si affermasse, ricevendo apprezzamenti sia in Italia che all’estero.

In un testo pubblicato dalla rivista Casabella, nel luglio 1985, e ripreso nelle pagine introduttive del catalogo della mostra Architetti in Sicilia della primavera del 1986, Pierre Alain Croset (1986, p. 8) si chiedeva in che misura l’appartenere a una specifica condizione insulare, fosse in qualche modo determinante rispetto agli esiti della produzione architettonica. Pasquale Culotta, promotore della mostra e del catalogo, qualche pagina più avanti, riteneva opportuno parlare di “architettura contemporanea in Sicilia”, piuttosto che di “architettura siciliana” (Culotta 1985, citato da Alain Croset, 1986, p.10), sottolineando la circostanza che la condizione operativa in un tale contesto geografico, non necessariamente determina opere classificabili come espressione di un regionalismo regressivo, ma può dar luogo alla realizzazione di opere significative della migliore produzione internazionale.

A quale Sicilia appartiene Maria Giuseppina Grasso Cannizzo?

Nella geografia dell’Isola Plurale descritta da Gesualdo Bufalino (1997, p. 14) MGGC la troviamo a Vittoria, nella Sicilia del carrubbo, al limite occidentale dell’area iblea dove i confini tra terre vengono segnati da bassi muri di pietra a secco.

Nella Sicilia degli architetti, MGGC vive la sua esperienza professionale estranea alle modeste vicende dell’accademia (2) e degli ordini professionali.

Dal suo eremo accessibile a pochi, popolato da gatti, uccelli, cani e da opere d’arte contemporanea che migrano spesso per arricchire gli allestimenti di mostre internazionali, MGGC nella penombra della sua bella casa padronale siciliana, con scale segnate da soglie di asfalto (antica tecnica in disuso), respira la confidenza degli oggetti accumulati dai genitori e dalle generazioni che l’hanno preceduta, alimentando pensieri d’architettura e un sistema di relazioni che hanno nel contesto internazionale il proprio orizzonte di riferimento.

La casa e lo studio di architettura sono la stessa cosa. MGGC attende ai suoi progetti, circondata da un ristrettissimo nucleo di collaboratori che sembrano quasi chierici che partecipano a una singolare liturgia (dal greco leitourgia “prestazione pubblica”), perché l’architettura, anche quando si riferisce a un progetto per privati, deve comunque esprimere la dimensione etica, civile del suo farsi forma per la comunità, per i fruitori del progetto come parte di una comunità.

In genere la prevalente produzione architettonica di MGGC è fatta di interventi sul costruito, di edifici di modeste dimensioni, “piccoli miracoli di superbia e umiltà” (Irace, citato da Bono, 2012), che avrebbe potuto essere numericamente e volumetricamente più consistente se non avesse rifiutato diverse proposte di lavoro, perché incompatibili con l’intransigenza e il rigore che caratterizzano la sua attività professionale. Non esiste alcun metodo nella elaborazione di un progetto, se con tale termine “si intende un approccio ed uno svolgimento del procedimento identico in qualsiasi circostanza” (Russo, 2013). Appare altresì inestricabile il nesso tra critica e progetto nell’attività di MGGC, ovvero espressione di una modalità operativa che conferisce ulteriore valore alle sue architetture poiché, come sostiene Agamben (2009) “…un’opera d’arte [e nel nostro caso un’architettura] che non contiene in sé un’esigenza critica, è destinata all’oblio” (p.14).

Il progetto, almeno nelle prime fasi del suo sviluppo, non prende in considerazione gli aspetti formali, procede dall’interno verso l’esterno, non tiene conto delle soluzioni da adottare nei prospetti mentre si preoccupa di ordinare i dati del problema per fornire soluzioni concrete e soddisfare le esigenze della committenza, nell’ambito di specifiche condizioni operative che, come afferma la stessa MGGC “…producono ragionamenti e conducono ad individuare strategie dell’intervento.” (citata da Russo, 2013).

Sullo stesso tema e con analoghe considerazioni si era espresso Mies van der Rohe (citato da 2010): “Noi non riconosciamo alcun problema formale bensì soltanto problemi costruttivi. La forma non è il fine bensì il risultato del nostro lavoro. La forma come fine è formalismo: e noi la rifiutiamo.” E a proposito dell’attività di Mies, ma potrebbe valere anche per MGGC, così si esprime Carlos Martì Artìs (2002): “…la forma non è l’obiettivo immediato del lavoro dell’architetto […]. La chiara espressione costruttiva della sua opera, la precisione delle regole sintattiche, la nitida intelleggibilità delle operazioni formali, per Mies [e per MGGC] non sono, in realtà, niente più che una serie di strategie alle quali è affidato il compito di portarci alla forma bella” (p. 42). Ma è la bellezza che Adolf Loos (1982) attribuiva alle opere degli antichi greci: “…essi lavoravano preoccupandosi soltanto dell’aspetto pratico senza minimamente pensare alla bellezza, senza porsi il problema di assolvere un’esigenza estetica. Quando alla fine raggiungevano un tale grado di praticità che non era possibile andare oltre, allora essi lo giudicavano bello.” (p. 43). E questo è il caso delle architetture di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo.

Vi sono tre argomenti che MGGC ritiene essenziali nella sua formazione e che ritroviamo presenti nella sua pratica professionale.

Il primo riguarda l’esperienza maturata all’Università di Roma, collaborando negli anni ’70 al corso di restauro di Franco Minissi, che le ha fornito gli strumenti e le occasioni per acquisire una particolare attitudine al confronto con le preesistenze. In quel caso si trattava di monumenti.

Adesso il confronto è con i manufatti anche di recente costruzione da modificare.

Il secondo argomento riguarda l’interesse per l’arte contemporanea di cui non conosciamo l’origine, ma che certamente riceve un rilevante impulso nel periodo di permanenza a Torino, tra il 1980 e il 1986, durante il quale ha modo di conoscere e frequentare Mario Merz, Alighiero Boetti, Pierpaolo Calzolari e altri artisti tra i più innovativi della scena internazionale. In quegli anni, Torino era diventata scena di livello internazionale per gli operatori e gli artisti che si incontravano per mostre, eventi e frequentazioni di carattere privato. In particolare, riteniamo che l’interesse per l’arte concettuale abbia costituito un utile paradigma nell’ambito della produzione architettonica: il progetto è prima di tutto pensiero, riflessione prima ancora che segno che assume una sua specifica dimensione quando la soluzione concettuale, che può impegnare anche per lunghi periodi, appare convincente.

La terza esperienza significativa è quella maturata a Torino per la Fiat Engineering. Si disegnava nel rispetto di codici precisi, dentro processi di standardizzazione della produzione, che consentivano la sostituzione del disegnatore in qualsiasi momento del procedimento.

I disegni di architettura di MGGC sono scarni, essenziali ed evidentemente necessari rispetto allo scopo, che è quello di essere strumento di trasmissione di informazioni per gli altri soggetti che concorrono alla realizzazione dell’opera, senza alcuna concessione alla calligrafia.

Nell’epoca del rendering e degli effetti speciali della società dello spettacolo e dell’immagine, questa modalità di rappresentazione restituisce al segno il suo valore di mezzo, piuttosto che fine o ancora peggio di imbonimento. Era una preoccupazione avvertita profeticamente da Adolf Loos (1982) il quale, già nei primi anni del 900 osservava che “L’architettura è scaduta ad arte grafica per colpa degli architetti. Non colui che sa costruire meglio riceve il maggior numero di commissioni ma chi sa presentare meglio i suoi lavori sulla carta […]. Per gli antichi maestri invece il disegno era soltanto un mezzo per farsi capire dall’artigiano esecutore” (p. 246).

Il premio alla carriera, se da un lato costituisce un riconoscimento per l’attività svolta, dall’altra non coincide necessariamente con la deposizione di matite e fogli nei cassetti che invece, continuano a occupare felicemente i tavoli di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo alla quale possiamo augurare il destino di Frank Lloyd Wright, che ancora alle soglie dei 90 anni, alla domanda di un giornalista che gli chiedeva quale fosse l’opera più significativa della sua carriera, rispose: the next one.(citato  da Costantino,1991, p. 89).

(1) Testo esplicativo tratto dalla pagina web del sito www.triennale.it/it/mostre/future/994-medaglia-doro-allarchitettura-italiana-iv-edizione

(2) In Sicilia operano tre Facoltà di architettura: nell’università degli Studi di Palermo, in quella di Carania con istituto universitario a Siracusa e nell’Università Kore di Enna.

Riferimenti Bibliografici

Alain-Croset, P. (1986). Elogio dell’isola. In AA.VV.  Architetti in Sicilia. Catalogo della mostra, Cefalù: Edizioni Medina.

Agamben, G. (2009). Nudità. Rome: Edizioni Nottetempo.

Bono, M. (2012, September 13). La Repubblica.

Bufalino, G. (1997). La luce e il lutto. Palermo: Sellerio.

Costantino, M. (1991). Frank Lloyd Wright, New York: Crescent book.

Loos, A. (1982). Parole nel vuoto. Milan: Adelphi 1985

Martì Artìs, C. (2002). Silenzi eloquenti. Borges, Mies van der Rohe, Ozu, Rothko, Oteiza, Milan: Christian Marinotti Edizioni

Mies van der Rohe, L. (2010). Gli scritti e le parole. Torino: Einaudi

Russo, L. (2013). intervista a Maria Giuseppina Grasso Cannizzo. Incontri, 3.

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